Toti patteggia, ingiustizia è fatta. Vediamo perché

sabato, 14 Settembre 2024
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Giovanni Toti alla fine si è arreso ai magistrati. Invece di andare fino in fondo nella battaglia per il riconoscimento della sua totale innocenza, l’ex governatore della Liguria ha scelto una soluzione di compromesso e ha accettato la proposta dei pm del patteggiamento, cioè di una parziale ammissione di colpa.

Tecnicamente, Toti s’è risparmiato l’accusa di “corruzione propria” e ha ammesso la “corruzione impropria” (che prevede pene assai più miti del primo reato). Se la caverà con 1500 ore di lavori socialmente utili. La qual cosa si tradurrà in un impegno quotidiano di due ore da passare in qualche struttura assistenziale per un paio d’anni. Scontata la sua “pena”, l’ex-governatore potrà, se lo vorrà, tornare a candidarsi in qualsiasi tipo di elezione.

Ha fatto bene, ha fatto male? Da un punto di vista della convenienza personale, ha fatto benissimo. Con questa soluzione, Toti s’è risparmiato un tormento giudiziario di anni, come lui stesso ha spiegato in una intervista uscita oggi sul “Corriere della Sera”: «Sul piatto la Procura ha messo qualcosa di irrinunciabile a fronte della prospettiva di decenni di udienze per un giudizio immediato, un secondo o forse un terzo filone di indagine che avrebbero occupato un ventennio di vita personale e del Tribunale». L’altro motivo che lo ha spinto ad accettare la proposta dei magistrati è stato il fatto, a suo giudizio, che i «pm hanno sostanzialmente confermato che non c’era un atto illegittimo tra quelli che, secondo loro, sarebbero stati da me influenzati così come erano evidentemente legittimi i finanziamenti al Comitato Toti».

Sul piano più generale della giustizia, questo patteggiamento lascia però l’amaro in bocca: Toti è di fatto costretto ad ammettere una colpa pur proclamandosi innocente. Se è giustizia questa…

Sul piano politico l’effetto è poi rovinoso: la magistratura ottiene una notevole vittoria simbolica costringendo un rappresentante eletto dal popolo a chinare il capo per risparmiarsi guai ben peggiori, vicissitudini che gli avrebbero rovinato la vita.  Questo perverso meccanismo è ben spiegato oggi da Filippo Facci sul “Giornale”: «Noi, Procura, ti risparmiamo un calvario nel tritacarne giudiziario, e tu, Giovanni Toti, in cambio accetti il patteggiamento e così ci eviti una brutta figura». Secondo l’editorialista del quotidiano milanese, l’ex-governatore della Liguria avrebbe passato tre o quattro gradi di giudizio da «ostaggio del sistema, con spese faraoniche per pagare gli avvocati e non solo». E tutto ciò «senza contare l’attività politica azzoppata e la prospettiva, nel suo caso particolare e paradossale, che questa attività o amministrazione possa essere equivalsa al delinquere: perché è questa l’opinione perversa già espressa dai pm».

Uno scenario simile dovrebbe far insorgere tutti, anche la sinistra. Perché, quando perde la politica, perdono tutti. Invece, con il solito misero cinismo, l’opposizione brinda al patteggiamento di Toti, intravedendovi un vantaggio per la lista di centrosinistra alle imminenti Regionali in Liguria. Il candidato governatore dem, Andrea Orlando, parla di un «implicito riconoscimento di responsabilità». Da Debora Serracchiani a Carlo Calenda è poi tutta una grande esultanza. Ed esulta pure “la Repubblica” , che oggi pubblica in prima pagina questo sghignazzante (e scomposto) titolo: «Toti inguaia il centrodestra».

In realtà l’iniziativa dei magistrati genovesi potrebbe rivelarsi un boomerang politico, non foss’altro perché Toti lascia un buon ricordo di sé: non per niente fu riconfermato alla guida della Regione nel 2020 e governava la Liguria da 9 anni, prima che i pm ne ordinassero gli arresti domiciliari. In ogni caso, il candidato governatore del centrodestra, Marco Bucci, è un leader forte e competitivo.

Se la sinistra si comporta così, se a ogni iniziativa giudiziaria contro il centrodestra brinda e fa festa, non ci dobbiamo poi stupire se continua ancora, gravemente, lo squilibrio nei rapporti tra politica e magistratura.

Un ulteriore motivo di amarezza deriva però dal silenzio del centrodestra. Ed è lo stesso Toti ad ammetterlo: «Non ho visto – dice sempre al “Corriere”- un lungo corteo ad accompagnarmi verso il Golgota. In tutta franchezza, girandosi con la croce sulle spalle, tranne qualche eccezione, dietro c’era un imbarazzante vuoto». E sono forse, proprio queste, le parole che fanno più male.

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