Sul piano di Draghi l’Europa applaude ma non ascolta

martedì, 1 Ottobre 2024
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Tante facce interessate, tanti applausi, pochi risultati. Potremmo riassumere così l’esito dell’intervento di Mario Draghi all’evento organizzato dal think tank Bruegel sul futuro della competitività europea. L’ex premier ha presentato il suo rapporto commissionato da Ursula von der Leyen, delineando le sfide che l’Europa dovrà affrontare per mantenere la sua competitività globale. Una visione ambiziosa che in quanto tale quasi di certo resterà sulla carta come tanti altri ammirevoli sforzi intellettuali. Insomma, se Mario Draghi è il cittadino europeo per eccellenza non c’è dubbio che il suo caso conferma il detto secondo il quale “nessuno è profeta in patria”.

Uno dei punti chiave emersi durante il suo discorso è che l’Europa deve evitare la trappola del protezionismo. In risposta alle pressioni commerciali esterne, in particolare dagli Stati Uniti e dalla Cina, l’ex presidente della BCE ha ribadito che l’Unione Europea non può permettersi una guerra commerciale. “Ci danneggeremmo”, ha avvertito Supermario, aggiungendo che l’Europa non ha bisogno di cambiare radicalmente il suo sistema di finanziamento, bensì di riformare il mercato unico per attrarre i capitali necessari.

Il cuore del problema, tuttavia, non risiede solo nel mercato unico o nella necessità di riformarlo, ma nelle difficoltà politiche ed economiche che potrebbero impedire la realizzazione del piano. Il rapporto stima un fabbisogno di circa 800 miliardi di euro all’anno per colmare il divario tra l’Europa e potenze come Stati Uniti e Cina. Questi fondi sono essenziali per affrontare le transizioni tecnologiche, verdi e industriali che stanno trasformando il panorama globale. Tuttavia, la politica europea si è subito focalizzata sul problema del debito comune, un tema che ha già creato divisioni tra gli Stati membri, e questo rischia di bloccare il processo di attuazione del piano.

Draghi è consapevole delle difficoltà e cerca di mantenere l’attenzione sugli aspetti strutturali del suo rapporto, piuttosto che su come finanziare il progetto. “Non voglio che la discussione si concentri sugli eurobond”, ha dichiarato ben sapendo che il tema è tabù per i tedeschi, ma piuttosto l’integrazione del mercato e l’adozione delle riforme necessarie per stimolare la produttività. Secondo Draghi l’integrazione del mercato unico consentirebbe di superare le barriere nazionali e di creare le condizioni per la crescita su scala europea, elemento fondamentale per competere a livello globale. “Se facciamo le riforme del mercato unico, i capitali arriveranno”, ha detto, sottolineando come le economie di scala siano diventate indispensabili in molti settori chiave.

Tuttavia, la realizzazione del suo programma sembra impossibile, non tanto per le sfide economiche ma per la totale mancanza di volontà politica, soprattutto ora che le cancellerie del vecchio continente sembrano spaccate tra velleitarismi ecologisti e nostalgie destrorse. Di sicuro da entrambi i lati manca un vero slancio politico verso l’integrazione, alla quale i leader europei sembrano preferire una sicura – ma lenta – decadenza.

In questo contesto, l’Italia si trova in una posizione particolarmente delicata. Il Paese è anche tra i più esposti ai rischi del cambiamento, zavorrato com’è da un’economia basata su imprese poco innovative, da un Sud abbandonato a se stesso e privo dei servizi e delle infrastrutture basilari e da una popolazione sempre più disincantata. Il primo grande paese europeo insomma candidato ad abbandonare il novero dei paesi benestanti.

Ma a noi italiani di queste cose non piace parlare; meglio discutere delle presunte amanti di Sangiuliano e misurare l’area del campo largo del centrosinistra. Per le cose serie c’è sempre tempo.

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