L’Onu rischia di scomparire per colpa degli Usa

lunedì, 14 Ottobre 2024
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Unifil sotto attacco: i colpi sparati dall’esercito israeliano contro i caschi blu in Libano hanno posto all’opinione pubblica mondiale due  domande che tutti (o quasi) pensavano, ma che nessuno (o quasi) osava dire. A che serve ormai l’Onu? Perché non funziona più? 

Si tratta di  domande che risalgono in realtà ai decenni passati e su cui sono stati versati fiumi di inchiostro. Ma la novità di oggi è la forma brutale in cui  vengono riproposte. Non era infatti  mai accaduto (almeno non era accaduto nel passato recente) che l’esercito di uno Stato prendesse a cannonate una base delle forze di interposizione.

È il segno chiaro di una caduta verticale di credibilità e di autorevolezza della più grande organizzazione internazionale, un organismo nato per risolvere i conflitti mondiali e che dovrebbe in teoria frenare con le proprie forze gli istinti ferini dei Paesi in guerra. Dal governo israeliano sono venuti solo avvertimenti minacciosi e neanche un accenno di scuse. «Non abbiamo ricevuto alcun messaggio dopo l’accaduto», ha detto il generale Stefano Messina, comandante della Brigata Sassari e capo del contingente italiano in Libano. L’alto ufficiale dell’esercito italiano ha anche ribadito che le forze Onu resteranno al loro posto «mantenendo attive -ha precisato- tutte le nostre funzioni per far rispettare la risoluzione 1701».

Onore al merito: le forze Onu respingono al mittente le intimidazioni di Tel Aviv. Ma il problema si potrebbe riproporre tra breve. E in modo forse più drammatico: Israele ha decretato lo stato di assedio su un quarto del territorio libanese. Non sappiamo, in caso di più pesanti attacchi all’Unifil, quali potrebbero essere le ripercussioni nel nostro Paese, dove tira un brutto vento anti-israeliano tra piazze, salotti e scranni del Parlamento.

Problemi politici a parte, rimane il fatto che non basta il coraggio dei caschi blu a risollevare le sorti di una organizzazione ormai screditata agli occhi della comunità internazionale. La malattia dell’Onu è più profonda e antica, anche se è indubbio che ultimamente Israele  abbia assestato colpi micidiali al prestigio del Palazzo di Vetro. Basterà solo ricordare che, pochi giorni prima degli attacchi all’Unifil, Benjamin Netanyahu ha definito le Nazioni Unite,  parlando proprio all’assemblea dell’Onu, una “palude antisemita”.

Il carattere strutturale della crisi delle Nazioni Unite deriva da molti fattori. In primo luogo c’è il fatto che  la sua formula è ormai superata. È una formula globale e centralizzata, del tutto inadatta a fronteggiare le crisi che scoppiano in un mondo ormai multipolare. Meglio sarebbe “regionalizzare” la sua struttura, prevedendo cioè vari organismi di intervento nelle diverse aree mondiali.

In secondo luogo c’è l’assenza di una vera e propria forza di “peacekeeping” dotata di reali capacità  militari. I caschi blu sono, di fatto, niente altro che osservatori con il fucile. Le regole d’ingaggio non consentono nulla di più. È rimasta tristemente famosa l’inerzia dei caschi blu olandesi a Sebrenica, dove assistettero, senza poter muovere un dito, al massacro di 8.000 persone avvenuto nel 1995 per mano delle forze serbo-bosniache di Radovan Karazdic.

Per ultimo (ma non da ultimo) c’è la delegittimazione operata dagli Usa dopo la fine della Guerra fredda, quando cercarono di proporsi come unici garanti del “nuovo ordine mondiale” in virtù del fatto di essere l’unica superpotenza globale rimasta. Nel 1999 gli Stati Uniti guidarono le forze Nato contro la Serbia senza mandato Onu. Nel 2003, con l’attacco all’Iraq di Saddam Hussein, gli ideologi di George W. Bush teorizzarono il fatto che il multilateralismo delle Nazioni Unite era ormai un ferro vecchio e che d’ora in poi i valori del cosmopolitismo sarebbero stati difesi dagli Usa insieme alla Gran Bretagna e ad altri Paesi “volenterosi”.

Si è visto come è andata a finire. E non sappiamo ora come finirà. Certo è solo il fatto che il disprezzo dell’Onu manifestato da Tel Aviv può avvalersi  di  un illustre precedente a Washington.

A chiosa di questo discorso vale la pena riferire che gli Stati Uniti -notizia di ieri sera-  invieranno in Israele un sistema antimissile avanzato e truppe – un centinaio di uomini – per gestirlo. Lo scopo è di «aiutare a rafforzare le difese aeree di Israele dopo gli attacchi senza precedenti dell’Iran del 13 aprile e del 1 ottobre». Dunque gli Usa continuano ad aiutare militarmente Tel Aviv  anche dopo gli attacchi all’Onu e nonostante gli “ammonimenti”  di Joe Biden a Netanyahu affinché il premier israeliano adotti una politica meno incendiaria in Medio Oriente. Il cerchio (di sangue) si chiude.

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