Santa Sede-Cina. Le ultime novità sull’Accordo segreto

martedì, 22 Ottobre 2024
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È giunta nelle scorse ore la notizia che la Santa Sede avrebbe riconfermato l’Accordo segreto con la Repubblica Popolare Cinese, con la possibilità di estenderne la durata dai due ai quattro anni.  

Il contenuto dell’Accordo, siglato per la prima volta nel settembre 2018 e rinnovato nel 2020 e nel 2022, è stato definito “provvisorio e riservato”, nonostante sia noto che una sua parte concerne la nomina congiunta dei vescovi, che possono essere consacrati con l’approvazione della Santa Sede e del Governo cinese. 

Nonostante non sia chiaro se l’iniziativa di proporre un prolungamento dell’accordo sia partita da Pechino o dalla Santa Sede, tutto fa sembrare che esso rappresenti un passo in avanti nella normalizzazione dei rapporti tra i due Stati. 

Non sono tuttavia mancati momenti di crisi e reciproco sospetto tra i due Paesi, come quando lo scorso anno il Palazzo Apostolico apprese della nomina del nuovo Vescovo di Shangai Shen Ben dalla stampa cinese, senza essere stato consultato preventivamente, come invece previsto dall’accordo in questione. 

Nonostante il gesto unilaterale, nel luglio 2023, Papa Francesco ha confermato la nomina del Vescovo Shen come gesto di buona volontà, per evitare ulteriori tensioni e per proseguire nel clima di dialogo. 

Questa mossa non ha tuttavia riaperto un canale diplomatico ufficiale con la Cina, interrotto dal 1951, quando il governo di Mao Zedong espulse l’ultimo diplomatico vaticano.  

La storia del cattolicesimo nel “Celeste Impero” ha infatti vissuto fasi alterne, consentendogli comunque di vantare una tradizione che risale all’arrivo di Matteo Ricci in Cina (1582), tradizione ben più longeva di quella del Partito Comunista Cinese, fondato a Shangai nel luglio del 1921. 

Dopo una fase di cauto accoglimento, dovuta anche all’acquisizione da parte dei gesuiti di usi e costumi tipici della tradizione cinese, essa si consolidò nel tempo, vedendo una prima battuta d’arresto nel XIII secolo, quando l’allora Pontefice Clemente XI definì i riti confuciani come “incompatibili con il cattolicesimo”, elemento che portò l’Imperatore cinese KangXi a bandire il cattolicesimo dal Paese. 

Questo non impedì, tuttavia, la permanenza di un piccolo numero di cattolici presso la corte imperiale anche negli anni a seguire, come avvenne per il gesuita Giuseppe Castiglione, le cui doti artistiche furono apprezzate dall’Imperatore YongZhen, o come avvenne per il celebre Imperatore QianLong, che affidò ai gesuiti il design dello YuanMingYuan (圆明园), il “Giardino della Luminosità Perfetta”. 

Il vero punto di rottura avvenne a seguito della Prima Guerra dell’Oppio (1839-1842), a causa dell’imposizione da parte del contingente vincitore anglo-francese dell’accettazione della fede cristiana, elemento che fu successivamente interpretato come parte dell’intollerabile ingerenza imperialista (ancora oggi questo periodo viene definito dai cinesi come quello della “Grande Umiliazione”). 

Questo portò alla mobilitazione nazionalista e xenofoba della “Rivolta dei Boxer” (1899-1901), con la conseguente uccisione di più di trentamila cinesi cristiani, inclusi missionari cattolici e protestanti, ritenuti agenti stranieri e traditori della Patria. 

Dopo una parziale ripresa delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Cina nel 1942, la salita al potere del Partito Comunista Cinese nel 1949, portò nel 1951 alla messa al bando ufficiale del cristianesimo, con la conseguente instaurazione della Chiesa Patriottica controllata dal PCC, elemento che costrinse i cristiani rimasti fedeli al Papa a radunarsi illegalmente nella cd. “Chiesa Sotterranea”.  

Nonostante la complessità dei rapporti, non è mai mancata da parte di Roma, la volontà di intensificare il dialogo, con il duplice obiettivo di instaurare una maggiore legittimazione della Chiesa cattolica in Cina e di tutelarne i fedeli. 

L’accordo, che si inserisce in questo obiettivo di lunga durata, ha ricevuto numerose invettive: da una parte alcuni cattolici cinesi appartenenti alla Chiesa Sotterranea, di cui il Cardinale di Hong Kong Joseph Zen Ze-kuin si è fatto portavoce, hanno criticato la scelta della Santa Sede di cercare un dialogo con chi ha sostanzialmente decretato la morte di numerosi martiri che hanno voluto seguire con fedeltà il Vangelo, dall’altra, su un piano diplomatico, i rappresentanti di Taiwan, che temono un possibile avvicinamento tra Repubblica Popolare Cinese e Santa Sede, attualmente unico stato europeo che riconosce ufficialmente la Repubblica di Cina.  

Anche gli Stati Uniti hanno espresso il loro disappunto al Vaticano, sottolineando i rischi morali di legittimare il regime cinese e i pericoli per la sicurezza internazionale legati a un’eventuale invasione di Taiwan.  

Viene comunque da chiedersi se, nonostante queste difficoltà, la Chiesa Cattolica che per definizione detiene una vocazione al dialogo universale, possa davvero chiudere le porte ad una Nazione di quasi un miliardo e mezzo di persone. 

Il percorso intrapreso da Papa Francesco, che appare in linea con il modello espresso secoli fa dal suo confratello gesuita Matteo Ricci, sembra poter smentire questa ipotesi. 

  

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