La lezione ligure? Il giustizialismo non paga più

martedì, 29 Ottobre 2024
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Liguria, c’è un aspetto nella vittoria di Marco Bucci che nessuno a caldo ha notato: l’esito di queste ultime regionali ha dimostrato che il giustizialismo non paga. O meglio, che non paga più. I tempi di Mani Pulite sono irrimediabilmente lontani, quasi un’altra era geologica. Il tintinnio delle manette non incendia più i cuori del popolo indignato. Anzi, deprime i cittadini. Li allontana sempre di più dalla dimensione pubblica.

Le toghe politicizzate (coadiuvate dai loro amici in giornali e partiti) ribattono all’accusa di ingerenza affermando regolarmente che non è loro intenzione condizionare la vita delle istituzioni rappresentative, che la giustizia è la giustizia e non guarda in faccia a nessuno, che non esistono inchieste a orologeria, che l’attentato alla divisione dei poteri non viene dai magistrati ma da certi politici. In realtà, mai come nel caso dell’indagine a carico dell’ex governatore Giovanni Toti, abbiamo visto applicato lo schema classico dell’invasione di campo dei giudici nella sfera politico-mediatica.

Proviamo a ricostruirne brevemente i momenti salienti.

Fase 1: il discredito. Vale la pena ricordare che, fin dall’inizio (il 7 maggio), il caso Toti fece rumore non tanto per l’indagine in sé quanto per l’arresto (ai domiciliari) dell’allora governatore, un provvedimento palesemente ingiustificato e che apparve subito come un tentativo di colpire l’immagine del presidente della Regione Liguria.

Fase 2: la pressione per le dimissioni di Toti, con la conseguenza inevitabile delle elezioni anticipate. Il governatore nei guai prova a resistere e a difendersi, ma non può nulla contro la decisione dei pm di mantenerlo agli arresti. È evidente che i suoi accusatori lo vogliono far dimettere. E infatti gli revocano gli arresti 5 giorni dopo la sua decisione di gettare la spugna, il 26 luglio. Più evidente e scandaloso di così…

Fase 3: il giustizialismo sfrenato delle opposizioni e la vergognosa manifestazione del 18 luglio. Si precipitano in quel giorno a Genova tutti i leader nazionali della sinistra (Elly Schlein, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Giuseppe Conte) per una manifestazione di piazza volta a reclamare le dimissioni del governatore. Così la Schlein grida dal palco a Toti: «Dimettiti, non tenere la Liguria ai domiciliari». La folla (di attivisti) che partecipa alla manifestazione applaude e grida contro il governatore. La mente corre a quelle megere che lavoravano a maglia davanti ai condannati alla ghigliottina durante il Terrore giacobino. È una indecenza morale e politica. È la prova provata del legame (ideale) tra giudici politicizzati e politici giustizialisti.

Fase 4: il patteggiamento offerto a Toti in piena campagna elettorale. L’11 settembre il sindaco di Genova Marco Bucci decide di scendere in campo come candidato governatore del centrodestra. È una mossa che spiazza giudici e fronte delle sinistre. Bucci è molto popolare. L’armata del giustizialismo è presa dallo scoramento. La vittoria elettorale non appare più tanto scontata. Ma ecco che arriva il provvidenziale intervento dei giudici: propongono a Toti di patteggiare, offrendogli condizioni di pena molto favorevoli. Se rinuncia al processo, dovrà soltanto passare qualche ora a settimana, per un paio di annetti, a fare assistenza ai bisognosi. Il poveretto accetta perché è stremato e perché si sente abbandonato da tutti. Patteggiare significa però anche ammettere la colpa della corruzione, seppure in forma generica. E tanto basta a rianimare le sinistre. Questo gesto dell’ex- governatore diventa uno degli argomenti principali della propaganda dei sostenitori di Andrea Orlando. Secondo i giustizialisti, rappresenterebbe l’ammissione che il sistema di governo del centrodestra in Regione sarebbe “marcio” .

Ecco, alla luce di quello che è scaturito ieri dall’urna, tutto questo imponente dispiegamento di forze non è servito a nulla. Sinistre e giudici hanno fatto male i loro conti. Il popolo giustizialista non esiste più. Lorsignori si sono illusi che i liguri sarebbero accorsi in massa alle urne per dare una “lezione” ai “corrotti” che governano la Liguria e per inaugurare una nuova epoca “virtuosa” e “austera” in Regione. Invece queste elezioni hanno rappresentato il  record negativo di affluenza alle urne. Più della metà degli elettori se n’è rimasta a casa. È un evidente sintomo  di stanchezza, un fatto certo in linea con la progressiva tendenza al non voto che caratterizza questi anni, ma che in questo caso dimostra anche disgusto (o quantomeno distacco e disincanto) per tutto quello che è successo, per come si è arrivati al voto e soprattutto per i motivi per cui ci si è arrivati. Tanti cittadini hanno osservato, hanno fatto le loro valutazioni e alla fine hanno detto «no, grazie».

Non si può screditare in continuazione i luoghi e i personaggi della politica (di destra o di sinistra, non importa) e poi pretendere che la gente accorra a votare. Il giustizialismo non funziona più. Non è più un fattore di mobilitazione.

La lezione che viene oggi dalla Liguria è che non conviene più a nessun soggetto politico cavalcare le invasioni di campo dei giudici. Speriamo che Schlein e compagni l’abbiano appresa. Ma non ne siamo tanto sicuri.

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