La grande rimozione: le nostre imprese conquistano mercati ma nessuno lo sa

giovedì, 21 Novembre 2024
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Mentre a Roma s’inaugura una mostra sui brevetti italiani, celebrando l’eccellenza della nostra tecnologia, gli italiani continuano a credere di vivere in un paese “turistico”. È questa la fotografia impietosa che emerge dal “Monitor sul lavoro” di Federmeccanica: il 27,7% degli intervistati vede nel turismo il motore dello sviluppo (grave, non ha fondamento scientifico), relegando l’industria ad un misero 17,4% (alla faccia della storica Olivetti dimenticando che il primo Pc fu italiano come il software che ci portò sulla Luna). Come se il Made in Italy fosse solo questione di belle spiagge e musei affollati, come se le nostre fabbriche non esistessero.

La pandemia avrebbe dovuto insegnare qualcosa. Quando il turismo era in ginocchio, quando gli alberghi chiudevano e le città d’arte si svuotavano, chi ha tenuto in piedi l’economia? Le fabbriche, i laboratori, le imprese high-tech. L’Italia industriale ha mostrato i muscoli proprio quando il Paese sembrava sul punto di crollare. Ma evidentemente non è stato chiaro. Non è bastato.

La verità è che l’industria italiana non solo esiste ma è all’avanguardia nella sostenibilità ambientale (tra le prime in Europa, meglio della Germania), nella digitalizzazione, nell’innovazione tecnologica. Le nostre imprese conquistano mercati, brevettano innovazioni, competono con i colossi globali. Eppure, nell’immaginario collettivo, ci vediamo quarti dopo Germania, Francia e Gran Bretagna. Una falsità nazionale, che ha radici profonde e inizia con la narrazione tossica subita dal nostro Paese nel post 1992.

Viene da lontano, questa rimozione collettiva. Nasce negli anni del boom economico, quando la cultura dominante guardava alla fabbrica come a un mostro da combattere, un mostro che con Enrico Mattei diede all’Italia un posto nel G7. Gli anni Sessanta e Settanta hanno cristallizzato l’immagine dell’industria come luogo di conflitto (nulla di più sbagliato), oscurandone il ruolo di fucina di modernità. Un pregiudizio che si è incistato nella nostra società come un virus silenzioso.

Poi è arrivata la Grande Crisi del 2008, e ha fatto giustizia di molte illusioni sulla supremazia della finanza sull’economia reale. Ma non è bastato a guarirci da questa forma di cecità selettiva. Continuiamo a raccontarci la favola post-industriale mentre le nostre fabbriche innovano, producono, esportano. Ogni volta che vediamo sorgere un museo al posto d’una fabbrica in realtà diventiamo più poveri culturalmente.

La fabbrica del XXI secolo non ha nulla a che vedere con quella raccontata nei romanzi di Ottieri o Volponi. È un laboratorio d’alta tecnologia, un centro di ricerca, un hub di innovazione. È il luogo dove si costruisce non solo la ricchezza, ma il futuro stesso del Paese, il nostro. Ma provate a dirlo ai nostri giovani, cresciuti nel facile guadagno nel turismo di massa o peggio nelle rate per avere un cellulare d’ultima generazione (altra invenzione italiana). La fabbrica e la tecnica con cui abbiamo ricostruito il Paese sono state messe in un angolo, scimmiottate da qualche bizzarra teoria pedagogica importata da paesi anglosassoni, snaturate. Le nostre scuole tecniche erano un fiore all’occhiello, copiate da mezzo mondo. Un patrimonio culturale da recuperare.

In un’Europa che cerca di ridefinire il proprio ruolo industriale tra Stati Uniti e Cina, l’Italia ha tutte le carte in regola per essere protagonista al livello industriale. Ma serve uno scatto d’orgoglio, serve ribaltare questa narrazione distorta. Il “saper fare” italiano deve diventare anche un “far sapere”. Non possiamo più permetterci il lusso di questa rimozione collettiva, di questo auto-sabotaggio culturale, al centro va messa la cultura industriale ed una vera e propria pedagogia che recuperi il terreno perduto.

È ora che gli italiani si guardino allo specchio e vedano quello che sono davvero: non un popolo di santi, poeti e navigatori, ma una grande nazione industriale che ha saputo reinventarsi mille volte. Le opinioni si possono ribaltare, certo. Ma prima bisogna avere il coraggio di ammettere che abbiamo un problema: non con la nostra industria, ma con la nostra capacità di riconoscerla e valorizzarla.

È ora che nelle nostre aule si metta al centro la figura di Enrico Mattei, oltre a quella d’Adriano Olivetti, persone che credevano nello studio, nello sviluppo e nel benessere collettivo.

Non è possibile che il Paese d’Enrico Fermi (padre del nucleare civile) ed Ettore Majorana continui ad ignorare la propria immagine allo specchio, è un danno che pagheranno le future generazioni.

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