Tarocchi 1 – Cosa sono, dove nascono e a cosa servono

mercoledì, 18 Dicembre 2024
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Inganno, armamentario di rapaci streghe, oppure, ancor peggio, trappola dell’industrioso Messer Belzebù?  E se invece, come sostengono da secoli frotte di serissimi studiosi, ci trovassimo al cospetto di uno straordinario lascito ermetico? Di un’eredità preziosissima, da parte d’incenerite civiltà? D’un libro muto, di straordinario appeal, che decriptato può addirittura ridar vista alle nostre pupille semicieche di vermetti della terra? Per non lasciar sempre agli affaticati posteri le sentenze più ardue, cerchiamo di venirne a capo. Coi nostri mezzi, qui e ora.

Ma tanto per cominciare: che cosa sono i Tarocchi? Dove nascono?

Apparvero la prima volta, così come noi oggi li conosciamo – 56 carte numerali più 22 figurate – proprio qui. A casa nostra. In Italia. Verso la metà del Quattrocento, nel cuore cioè del Rinascimento. La nostra età dell’oro. Fiera, gentile e grandiosa. Filosofica e insieme feroce. Tutto o quasi, allora, nasceva qui. Ed è quindi comprensibile, per non dire ovvio, che i primi preziosissimi mazzi siano apparsi nelle italiche corti. Vi entrarono come carte da gioco. Le ventidue misteriose figure – Arcani maggiori per noi – i nostri quattrocenteschi antenati le chiamarono ‘Trionfi’. Ne percepirono subito e l’enigma e il fascino. Ma non ne furono inquietati, né vi andarono troppo a fondo. Quella era un’epoca dove enigma e ragione convivevano armonicamente, banchettando con misura alla lieta mensa di Bellezza. E di questi Trionfi piacque soprattutto quel sentore d’allegoria, quel dire velato, la potenza epifanica delle figure umane colte nelle stazioni più  rappresentative della vicenda terrena.

Se ne percepì subito, insomma, la potenza e la ricchezza di senso.  In Lombardia, la famiglia Visconti  commissionò le raffigurazioni al proprio pittore di corte, Bonifacio Bembo. Proprio a questa stirpe nobiliare dobbiamo i più antichi mazzi di tarocchi a noi pervenuti. Lavorazione raffinatissima, carte miniate, col fondo in foglia d’oro e lavorate a bulino. Veri gioielli, i Signori di tutta Italia presero a scambiarsi tra loro questi eccelsi mazzi come doni di gran pregio. Così come facevano coi pregiati falconi o coi cavalli d’altissimo lignaggio…

Ma usciamo, per ora, dal tragitto lineare della storia. Catapultiamoci nel tempo presente e chiediamo direttamente ai Tarocchi consiglio e ispirazione su come loro stessi desiderino essere trasmessi. In questo serial giornalistico che li vedrà protagonisti. Lo possiamo fare con pieno diritto. Poiché una volta scomparsi dalla scena italiana – per il semplice motivo che l’Italia, fatta a brani dalle grandi nazioni europee, scomparve a se stessa – la Francia, nel ‘700, ne intuì e rivendicò la segreta natura di strumento divinatorio. Già  più di un secolo prima  era apparso il primo mazzo francese: quello celeberrimo dei Tarocchi di Marsiglia. Tra i più diffusi oggi, ma non quanto il suo mazzo rivale, il britannico Rider-Waite. Nel frattempo, il testimone di queste carte viaggiatrici era difatti passato all’Inghilterra. E si deve a un occultista angloamericano, Edward Waite e a un’illustratrice inglese, Pamela Coleman Smith, la creazione del mazzo forse più popolare oggi nel mondo. La ragione è semplice: fu il primo  a trasporre in immagini le carte numerali, rendendo così la lettura assai più agevole e catturante per chiunque decida di addentrarsi negli intricati sentieri della divinazione. In quanto al suo chiamarsi ‘Rider Waite’, invece che ‘Waite-Coleman’, si tratta – duole dirlo, sembra di accodarsi a una litanìa – dell’ennesimo sopruso esercitato contro una donna. Una presenza fondamentale, per questo mazzo: parliamo dell’illustratrice.  E’ alla sua mano ispirata, semplice e suggestiva che si devono le   centinaia e centinaia di variazioni sul tema. Nessuno li ha contati, ma di certo i mazzi d’ispirazione Rider-Waite in circolazione oggi nel mondo non ammontano a meno di due o trecento. Lady Coleman ha quindi trecento buone ragioni per smaniare nella tomba al vedersi così negletta a favore del signor Rider. Il quale ebbe l’unico merito di annusare il buon affare e farsi editore del mazzo.

Detto ciò, entriamo nel vivo della questione. Mi servo di tre diversi mazzi di Tarocchi: due diverse edizioni  Rider Waite e  un  Marsiglia. Da ognuno prelevo i ventidue Arcani Maggiori, come li si chiama oggi. Davanti a me ci sono tre mazzetti di carte coperte. Formulo ad alta o bassa voce la domanda: “Cari Tarocchi, come converrà che vi si presenti al pubblico variegato de ‘Lo speciale’?” Da ognuno dei mazzetti estraggo una carta, coperta. Le scopro. Ecco cosa ho ora davanti a me:

E già la prima sorpresa: lo stesso arcano – la Forza – è uscito in due delle 3 ‘estrazioni’. Succede spesso, anche se statisticamente non dovrebbe. Ma Tarocchi e statistiche non vanno d’accordo.  Hanno tenuto a comunicarmi che nella risposta dovrò tener conto soprattutto dei significati dell’Arcano Forza. Un concetto ribadito, insomma. Una parola per due volte ripetuta, e con sottolineatura.

Ma la risposta? Qual è?

…restate con me, la sveleremo nel prossimo articolo…

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