Il sacco verde di Berlino: la partita truccata dell’Europa “unita”

mercoledì, 1 Gennaio 2025
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C’è una cosa che l’Italia non ha mai capito dell’Unione Europea: è un condominio dove si stabiliscono regole comuni, ma i piani alti decidono quando e come applicarle. La Germania e la Francia, storiche inquiline del superattico, hanno imparato presto a giocare con il regolamento, mentre noi siamo rimasti a guardare, con il cappello in mano, dalla portineria.

Prendiamo il “botto” di fine anno che Bruxelles ha confezionato per Berlino: 144 miliardi di euro in aiuti di Stato per finanziare progetti “green”. Un’enormità di denaro, giustificata come supporto alla transizione ecologica e alla ripresa post-pandemica. Non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che l’Italia, con il suo piccolo cesto di 9,74 miliardi, sembra il parente povero invitato al cenone di Natale solo per fare numero.

Ma questa non è una novità. È il proseguimento di un copione che si ripete da anni. Vi ricordate il salvataggio delle banche tedesche nel 2008? All’epoca, mentre la Merkel iniettava miliardi nel sistema finanziario nazionale, a noi veniva detto di stringere la cinghia e rispettare le regole sugli aiuti di Stato. Oppure, pensiamo ai vaccini: chi ha avuto accesso prima ai contratti migliori? Germania e Francia, naturalmente. Noi, con la solita docilità, abbiamo aspettato il nostro turno, accettando le briciole con gratitudine.

Questa Europa “solidale” sembra avere un problema di memoria selettiva. Le regole valgono solo per alcuni, e gli altri possono violarle con eleganza, senza mai incorrere in sanzioni. Il risultato è un mercato unico dove unico è solo il nome, e le disuguaglianze crescono invece di ridursi.

Ecco il paradosso: mentre ci chiedono di ridurre il debito e rispettare le rigide soglie di Maastricht, a Berlino e Parigi si allarga la forbice degli investimenti pubblici, creando un divario che condanna l’Italia a restare la “fabbrica d’Europa”, buona solo per esportare beni e cervelli.

Ma la colpa, diciamocelo, non è solo loro. È anche nostra. Incapaci di alzare la voce, di fare fronte comune, di ricordare ai signori del Nord che siamo stati noi, con il nostro lavoro e i nostri sacrifici, a tenere in piedi la baracca nei momenti difficili. Ora sarebbe il momento di pretendere rispetto e parità di trattamento.

Finché non lo faremo, continueremo a contare i miliardi degli altri, mentre i nostri giovani se ne vanno, le nostre imprese arrancano, e il futuro dell’Italia si riduce a un verde sempre più pallido.

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