Donald Trump come Franklin Delano Roosevelt e Vladimir Putin come Josif Stalin? L’avvio di dialogo sull’Ucraina tra il presidente americano e quello russo ha eccitato la fantasia di alcuni commentatori e analisti di politica estera, secondo i quali assisteremmo al ritorno di un mondo diviso in blocchi, più o meno sul modello di quello che accadde a seguito della storica conferenza di Yalta tra i vincitori della Seconda guerra mondiale.
È fondata questa similitudine tra il mondo che è oggi in gestazione e quello che s’è imposto in passato nei duri decenni della guerra fredda? Prima di rispondere, è bene descrivere sommariamente, soprattutto a beneficio dei più giovani, di cosa stiamo parlando. L’ordine di Yalta è ricordato come quello del bipolarismo mondiale Usa-Urss, con il relativo, reciproco riconoscimento tra le due superpotenze delle rispettive sfere di influenza a livello internazionale. Privilegiato campo di applicazione di questo principio fu l’Europa, che per più di quarant’anni si ritrovò divisa in due da quella che Winston Churchill chiamò la “Cortina di ferro”: di qua i Paesi sotto l’ombra protettiva dell’America e di là i Paesi sotto il tallone dell’Urss. In base al principio di Yalta, gli Usa non intervennero in soccorso degli ungheresi invasi dai russi nel 1956, né dei cecoslovacchi, che a loro volta subirono l’”aiuto fraterno” del Patto di Varsavia nel 1968.
Conseguenza di quest’ordine fu l’assenza di guerre sul suolo europeo per almeno un cinquantennio (si ricominciò nei Balcani negli anni Novanta), cui però fece riscontro una crescita di conflitti in altre aree della Terra: dal Sud-Est asiatico all’Africa subsahariana e ai colpi di Stato in America latina.
È chiaro che un mondo simile non tornerà più. Quello che però potrebbe tornare sarebbe, nel caso, il riconoscimento, da parte americana, dello status di superpotenza alla Russia, con la crescita della sfera di influenza di Mosca in Asia centrale e nell’Ucraina “pacificata” del dopo Zelensky. Va da sé che questa nuova “spartizione” mondiale non sarebbe più a due bensì a tre, dovendo necessariamente includere anche la Cina. In questo senso s’affermerebbe un “tripolarismo” mondiale, dove però l’Europa non potrebbe più contare sull’automatico scudo protettivo americano e dovrebbe quindi provvedere da sola alle proprie esigenze di sicurezza militare.
Questa nuova Yalta, riveduta e corretta per il mondo del XXI secolo, non è certo priva di una sua suggestione, ma non pare comunque in grado di rappresentare un valido modello interpretativo delle tendenze che stanno realmente emergendo in questa fase storica, fase segnata dallo “shock” (per molti) del ritorno di Trump alla Casa Bianca. E ciò innanzi tutto perché, di superpotenze antagoniste all’America, ce ne può essere solo una: la Cina. La Russia, per quanto militarmente potente, non ha la forza economico-tecnologica per reggere il confronto globale dei prossimi anni. Basterà solo dire che il suo Pil, pur con una popolazione più che doppia di quella italiana, è inferiore, ancorché di poco, a quello del nostro Paese.
Il ruolo “globale” di Mosca è in realtà un’illusione ottica. La questione ucraina, geopoliticamente parlando, è in definitiva un problema “regionale”. Tiene tutti con il fiato sospeso per il fatto che si trova a ridosso della frontiera orientale dell’Europa, ma, in sé e per sé, riguarda la libertà di circolazione sul Mar Nero e l’estensione della zona di sicurezza russa al suo confine occidentale.
Per il resto, gli unici tentativi di protagonismo russo a livello mondiale riguardano la Cirenaica di Khalifa Haftar e la pressione esercitata nell’area del Sahel. Dopo la cacciata di Bashar Assad dalla Siria, la Russia ha perso anche l’ultimo punto d’appoggio in Medio Oriente.
Ben diverso è il caso della Cina, che può realmente contrastare il ruolo americano in tutte le aree del globo. E ciò soprattutto in virtù dei suoi capitali che creano ovunque “destabilizzazione” perché permettono a Pechino di contendere agli Usa il controllo delle materie prime e degli asset economici (infrastrutture, porti e rotte commerciali) di numerosi Paesi. Il confronto Usa-Cina è di tipo essenzialmente economico-tecnologico e potrà sfociare, in caso di inasprimento sul piano militare, in una contrapposizione tra flotte nell’Indo-Pacifico. Ma è uno scenario ancora improbabile, nonostante gli allarmi ricorrenti. In ogni caso si tratta di uno scenario in cui la Russia avrebbe ben poco peso.
Perché allora si parla di nuova Yalta? I motivi sono diversi. Il principale è di tipo più culturale che geopolitico e riguarda lo smarrimento di una parte dell’intellighenzia liberal e progressista occidentale per il fallimento della pretesa di Joe Biden di promuovere un’alleanza mondiale delle “democrazie contro le autocrazie”.
È la sconfitta (speriamo definitiva) della visione ideologica dei rapporti mondiali e il ritorno al realismo politico, a una visione prosaica quanto vogliamo ma che permette di vedere con lucidità i problemi nella loro concretezza economica e geopolitica. In questa prospettiva, la pace ridiventa un obiettivo reale e non un’idealità astratta, una roba buona, di fatto, solo ad alimentare le guerre.
È questo il risultato cui dimostra di puntare realmente Donald Trump ed è proprio questo l’esito che tanti maitres à penser non voglio riconoscere. L’affermazione nel dibattitto pubblico di un modello che non tornerà più, l’ordine di Yalta appunto, serve solo a compensare in qualche modo la frustrazione intellettuale che nasce da una grande delusione politica.

