Il giorno 8 marzo 2025, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, Roma è stata attraversata da una grande manifestazione organizzata dal movimento “Non una di meno”. Il corteo, partito da Piazza Vittorio e arrivato fino al Circo Massimo, ha visto la partecipazione di migliaia di persone: secondo le organizzatrici, circa 20 mila tra donne, studenti, attiviste e collettivi, unite per denunciare la violenza patriarcale e chiedere diritti, parità e giustizia sociale. La protesta si è snodata per le vie della capitale con slogan, striscioni e performance simboliche, portando in piazza un messaggio di lotta globale contro le disuguaglianze e i governi ritenuti responsabili di politiche oppressive.
Roma 8 marzo corteo “Non una di meno”, insulti e cori contro Valditara e Meloni
Prima della partenza da Piazza Vittorio, un gruppo di attiviste ha dato vita a un flashmob dal forte impatto visivo: alcune di loro si sono legate alle sbarre con cappucci in testa, un gesto simbolico per rappresentare le vittime del patriarcato e la loro lotta per la liberazione. Una volta avviato, il corteo ha preso vita con gli organizzatori al megafono che scandivano: “Siamo marea in tutto il mondo. In Argentina contro Milei. Negli Stati Uniti contro Trump e Musk. Siamo ovunque. Siamo contro Meloni, Macron, contro chi vuole spendere soldi in armi e riarmare l’Europa”. Un grido che ha unito le voci delle presenti in una critica trasversale ai governi di destra e alle politiche militariste.
Tra i manifestanti spiccavano striscioni creativi e provocatori: da una “Porta Santa” di cartone, simbolo di un passaggio per abbattere il patriarcato, a un’immagine di Valditara nei panni di uno sceriffo, bersaglio di insulti e minacce. Tra le scritte più evocative, “Più Trans meno Trump” e lo slogan contro Regione Lazio e governo: “Rocca, Roccella e Valditara, la vostra transfobia la pagherete cara”. Non è mancato l’urlo contro “ogni fascismo”, accompagnato dalla scritta “Sul mio corpo decido io”, mentre nello spezzone studentesco risuonavano i cori in memoria di Giulia Cecchettin: “Giulia è viva e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai”. Insulti a Valditara nonostante il protocollo siglato dalla Fondazione Cecchettin con il Ministero dell’Istruzione. Tra i bersagli principali dei cori anche la ministra Roccella e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, accusati di politiche retrograde.
Le parole delle partecipanti sul ddl femminicidio
Uno dei temi caldi della protesta è stato il cosiddetto “ddl femminicidio”, bollato come propaganda dalle manifestanti, che ne hanno criticato tanto la forma quanto la sostanza. Le attiviste hanno espresso frustrazione per non essere state coinvolte nella stesura, sottolineando che si tratta di una semplice bozza, non di un vero disegno di legge, come emerge da una delle testimonianze raccolte da Lo Speciale: “Non siamo né soddisfatte e né siamo state interpellate o sono state raccolte le nostre richieste per tutta una serie di problematiche legate al problema del femminicidio e abbiamo più o meno scorso questa che è la bozza perché prima di tutto non è un ddl è una proposta è una bozza che viene spacciata per ddl”. Per loro, non c’è stato un reale passo avanti: gli articoli 566 e 567 già esistenti, hanno aggiunto, prevedono sconti di pena per l’assassino se non si dimostrano comportamenti della donna che lo abbiano “spinto” al reato, un punto che rende la proposta ambigua e inefficace.
La critica si è poi allargata alla necessità di un cambiamento più profondo, oltre le semplici parole o la repressione. Una seconda partecipante ha spiegato: “A parte il fatto che non è un’approvazione ma è una bozza. Voglio vedere dopo l’8 marzo cosa continua a andare avanti… il concetto di fondo non è quello delle pene e quindi della repressione è quello solo delle parole che vengono riconosciute è la sostanza deve cambiare e deve essere distrutto definitivamente il patriarcato”. La violenza, ha proseguito, non è solo fisica, ma si radica nelle disuguaglianze economiche, nel lavoro di cura imposto alle donne senza scelta – che si tratti di figli o anziani – e in una società che non offre alternative. Per questo, ha concluso, servono fatti concreti, non una proposta che “incomincia male”.
Sul piano economico, il discorso si è fatto ancora più acceso, con un focus sul gender gap e sulla dipendenza economica delle donne. Una terza testimonianza ha messo in luce la gravità della situazione: “Assolutamente sì Noi adesso abbiamo un gender Gap e un gender Pay Gap assolutamente e impossibile inimmaginabile le persone fanno fatica a credere che ci sia un divario così ampio”. Con 8 milioni di donne in Italia che non lavorano e quasi la metà senza un conto corrente proprio, le manifestanti – incluse donne, trans e persone non binarie – chiedono un’indipendenza economica riconosciuta come diritto, possibile solo con fondi concreti che le istituzioni continuano a non stanziare, nonostante l’urgenza di sensibilizzare su questi temi.
In parallelo, il decreto legge della ministra Bernini, con 8,5 milioni immediati per le università, ha suscitato reazioni tiepide. Una studentessa, anch’essa intervistata da Lo Speciale, ha riconosciuto il valore di ogni passo avanti, ma ha definito i fondi “briciole”: “Sì sicuramente ogni piccolo passo avanti è importante però è ancora troppo poco e mi sento di dire che siano sostanzialmente briciole Anche perché noi nelle nostre scuole vediamo continuamente il fatto che gli sportelli psicologici non sono un diritto dato per scontato”. Ha raccontato dell’indagine della Rete Studenti Romani, che sta rivelando come molti non sappiano se nella loro scuola esista uno sportello psicologico o non ricevano risposta alle richieste. Dopo i tagli alla salute mentale nella scorsa legge di bilancio, seguiti da misure temporanee, il problema resta strutturale: quasi la metà degli studenti ha bisogno di supporto psicologico, ma non riesce ad accedervi.



