ReArm, il sì del Parlamento europeo è un tentativo di svegliare l’Europa, bella addormentata in un mondo di esagitati, ma ha già fatto scoppiare una bomba in Italia, non una roba al tritolo ma un ordigno politico, che è deflagrato in mezzo alle coalizioni.
Sul fronte del centrodestra, la Lega ha votato no, mentre invece FdI e FI hanno detto sì. E il governo non ci ha fatto una bella figura. Ma ciò non è nulla rispetto al dramma che questo voto ha provocato nel centrosinistra. Avs e M5s hanno votato contro mentre il Pd s’è spaccato in due come una mela: se undici eurodeputati dem si sono astenuti, altri dieci hanno detto sì al piano di Ursula von der Leyen. Per Elly Schlein s’è trattato di un sonoro schiaffo. La segretaria è stata sconfessata dai suoi. Inizialmente Elly era decisa a chiedere agli eurodeputati dem di votare contro (in dissonanza con il resto del Pse). Poi però le pressioni e le minacce dell’ala riformista l’hanno convinta a scegliere l’astensione, un tentativo in extremis di salvare l’unità del partito che però non è servito a nulla, visto che il Pd s’è comunque diviso in due.
Si tratta della prima, grave sconfitta politica subita da Schlein da quando è leader del suo partito. E qualche guaio sembra già in arrivo. Perché da ieri sera è cominciato il processo alla leader, accusata di non saper gestire il delicato passaggio verso la nuova politica europea che, volente o nolente, il Pd deve assumere in questa fase di forte accelerazione storica. È finito il tempo delle supercazzole. La sinistra deve scegliere se vuole essere sinistra movimentista o sinistra di governo. E , sempre da ieri sera, aleggia su Largo del Nazareno il fantasma del congresso straordinario.
Il primo a parlare di una convocazione urgente delle assise piddine è stato il vecchio notabile Lugi Zanda. E autorevoli voci dentro il Pd si sono aggiunte da ieri, in particolare quella di Sandra Zampa e quella di Pina Picierno: entrambe invocano l’apertura di una discussione seria sulla politica estera. Al gruppo dei malpancisti si è aggiunto anche un altro vecchio notabile dem, Piero Fassino , il quale ha detto chiaramente che non si può più fare finta di niente: «Gli eventi che con rapidità eccezionale stanno radicalmente mutando lo scenario internazionale richiedono a tutti una seria e approfondita analisi a cui il Pd non può sottrarsi. A maggior ragione, dopo il voto di oggi al Parlamento europeo, è necessario un confronto fondato sulla consapevolezza che il posizionamento internazionale di un partito ne definisce identità, profilo e credibilità». Se non è anche questa la richiesta di un congresso straordinario, poco ci manca.
Ma, al di là delle endemiche lotte intestine del Pd, l’attuale psicodramma sulla questione del riarmo europeo non è che l’espressione dell’impreparazione della sinistra davanti ai mutamenti storici in atto. Oggi la politica estera non è più un fronte secondario della politica (ammesso e non concesso che lo sia mai realmente stata), ma va assumendo i contorni del vero discrimine che ridefinisce le identità politiche. L’impreparazione della sinistra deriva da un vecchio errore che produce ancora effetti, l’errore di non aver mai affrontato seriamente le contraddizioni in materia di collocazione internazionale, cioè di non aver mai capito che non si poteva a lungo far convivere la vecchia vocazione pacifista e neutralista con la nuova anima tecnocratica e globalista cresciuta negli anni. Tant’è che in passato abbiamo visto i leader della sinistra italiana impegnati nelle più clamorose giravolte.
È accaduto che, negli ultimi decenni, i post-comunisti hanno in più occasioni cambiato repentinamente le loro posizioni riguardo ai concetti di pace e di guerra nell’illusione di non pagarne mai lo scotto. Così ad esempio, nel 1999, mentre la sinistra “neo-liberal” inseguiva il disegno di partecipare alla costruzione del nuovo ordine mondiale, poteva accadere che l’allora presidente del Consiglio post-comunista, Massimo D’Alema, autorizzasse la partecipazione degli aerei italiani al bombardamento della Serbia voluto da Bill Clinton senza informare il Parlamento, o, per meglio dire, informandolo solo a cose fatte in nome della “sicurezza nazionale”. Ben diverso fu, pochi anni dopo, l’atteggiamento dei post-comunisti riguardo all’intervento americano in Iraq. Allora rispolverarono improvvisamente la vecchia anima pacifista e terzomondista denunciando l’”aggressione imperialista” al popolo iracheno. Che cosa era accaduto nel frattempo? Che alla Casa Bianca era arrivato il repubblicano George W Bush e il progetto dell’ “Ulivo mondiale” era finito in soffitta.. E dire che l’intervento Nato in Kosovo di quattro anni prima non era stato meno assurdo dell’invasione dell’Iraq.
Oggi però (e il voto a Strasburgo di ieri ce lo ha ulteriormente dimostrato) non sono più possibili certi, disinvolti giochetti. E ciò accade sia perché le scelte di Donald Trump stanno mettendo gli europei con le spalle al muro sia perché non c’è più un ordine mondiale alla cui costruzione partecipare. C’è solo un caos globale da fronteggiare al meglio, non foss’altro perché gli americani hanno rinunciato oggi a essere “impero”, dal momento che puntano solo a rimanere nella loro posizione di “primi” nel mondo. E si salvi chi può.
Si potrebbe certo rimproverare anche al centrodestra di essere contraddittorio, visto che Matteo Salvini ha votato in dissonanza con i suoi alleati. Ma qui il problema è solo del capo della Lega, dal momento che Giorgia Meloni proseguirà imperterrita per la sua strada europeista, con la missione di fare da ponte, finché le sarà possibile, tra l’Europa in risveglio militare e l’America incattivita di Trump.
In ogni caso, a destra non hanno mai condiviso, anzi l’hanno sempre combattuta, la prospettiva di un nuovo ordine mondiale. Ed è per questo motivo che, piaccia non piaccia, la destra stessa appare meglio attrezzata rispetto alla sinistra a gestite questa fase di forte accelerazione storica e di strutturale “disordine” globale.



