Rimarrà pure il Pupone, ma gli arcigni censori atlantico-ortodossi non sono indulgenti con lui. Per i fanatici fautori dello scontro totale con la Russia, Francesco Totti non doveva azzardarsi ad andare a Mosca per partecipare, come ospite d’onore, all’evento promosso da Bookmaker Ratings, il principale portale russo dedicato alle scommesse sportive (ovviamente quelle lecite).
E invece il Pupone se n’è infischiato delle reprimende, delle intimazioni e delle indignazioni delle solite Vestali con il mal di fegato permanente. Tra gli atti di censura più imbarazzanti ricordiamo le vivaci proteste di +Europa e il Tapiro d’oro di “Striscia la Notizia”. Totti parteciperà oggi alla festa organizzata per reclamizzare il sito moscovita. Un bel dribbling al fanatismo di chi proprio non riesce a superare le sue pulsioni ideologiche. Un fantastico colpo di tacco per mandare in tilt chi non capisce (o fa finta di non capire) che la vita continua nonostante la guerra, che, anzi, più si continua a trattare l’intero popolo russo come nemico, più si allontana la prospettiva della pace. Perché alla fine lo sport serve anche a questo, a ricordarci che tutti alla fine, al di qua o al di là della linea del fuoco, abbiamo una maglia nel cuore, che tutti alla fine vorremmo vivere in pace, e vedere in tv gol invece di cannonate, stadi in festa invece di città sventrate.
Ma per i fanatici della guerra ideologica, lo sport non può essere neutrale, non può essere cioè un luogo di incontro dove ci si riconosce tutti uomini, con le stesse passioni ed emozioni.
Capiremmo le perplessità se il mitico Capitano giallorosso fosse stato invitato dalle autorità politiche russe. Capiremmo se fosse ricevuto da qualche alto papavero. Invece no. Totti è stato invitato da imprenditori delle scommesse e incontrerà solo tifosi, tra i quali gli appartenenti al club romanista dell’Ambasciata italiana a Mosca. Che c’è di sbagliato? Che c’è di politicamente disdicevole?
Quelli che non volevano far partire Totti sono idealmente gli stessi che quasi cinquant’anni fa, nel 1976, non avrebbero voluto che Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti, Tonino Zugarelli partissero per il Cile per disputare la finale di Coppa Davis. E perché? Perché in Cile c’era la dittatura di Augusto Pinochet, che all’epoca era il “cattivo” per eccellenza sulla scena internazionale, un po’ come oggi Vladimir Putin. Se gli Azzurri del tennis avessero dato retta alle “anime belle” di allora, avrebbero fatto scemenza al cubo: ci saremmo privati di uno storico successo dello sport italiano, senza che ciò fornisse il minimo aiuto alla causa dei democratici anti-Pinochet. Anzi, in quel malaugurato caso, il Cile avrebbe conquistato la Coppa Davis a tavolino, fatto che avrebbe sicuramente fornito un assist alla propaganda del regime.
Tornando a Totti, vale la pena sottolineare che i suoi censori hanno anche pescato po’ nel torbido. È stato infatti scritto che, per il suo viaggio a Mosca, il vecchio campione giallorosso riceverebbe un compenso a sei zeri, facendolo con ciò passare per una sorta di cinico mercenario. In realtà, i sei zeri non sono in euro bensì in rubli. Si tratta di circa 530.000 euro, somma che comprende tutti i costi dell’operazione. Certo, parliamo sempre di una bella cifra. Ma siamo ben lontani dai livelli messi maliziosamente in giro.
L’unica cosa che fa un po’ sorridere è lo slogan coniato dagli organizzatori dell’evento: «L’imperatore va nella Terza Roma». Se tutto fosse avvenuto qualche anno fa, un simile slogan sarebbe sicuramente comparso in uno dei volumi dedicati alle barzellette di Totti, best seller in libreria.



