Geopolitica della Chiesa nel dopo Bergoglio, gli scenari

mercoledì, 23 Aprile 2025
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E ora che ne sarà della geopolitica di Papa Francesco? Non è una domanda eccentrica, per il semplicissimo motivo che Jorge Mario Bergoglio è stato di fatto un leader globale. Anche i suoi predecessori diretti, Papa Wojtyla e Papa Ratzinger, lo sono stati (Giovanni Paolo II ha in realtà rappresentato, molto di più, una forza profetica), ma lo sono stati in modo diverso. Per entrambi, il centro d’irradiazione del messaggio evangelico era l’Europa.  

Per Francesco questo centro nevralgico s’è spostato sulle “periferie” del mondo, cioè sul Sudamerica, da cui egli proveniva, come pure sull’Africa e sul Medio Oriente (da cui arriva il grosso dei migranti), senza ovviamente dimenticare l’Asia, in piena trasformazione in tutti i suoi quadranti. Bergoglio c’ha aggiunto anche una spiccata sensibilità nell’intuire gli svolgimenti geostrategici planetari, come quando, nel 2015, parlò di “guerra mondiale a pezzi” (si riferiva all’avanzata dell’Isis), definizione che viene ancora citata per interpretare le attuali crisi mondiali, dalle guerre in atto (Ucraina, Gaza, Africa subsahariana) a quelle potenziali (Cina-Taiwan-Usa).

In questi ultimi dodici anni Papa Francesco ha fatto da controcanto a un Occidente che ha innalzato le barriere contro l’immigrazione, un’Europa e un Nordamerica in piena ansia “securitaria”. Nessuno, meglio di Bergoglio, è stato il leader del “popolo dei barconi” nel Mediterraneo, o delle masse di disperati che cercavano di varcare i muri eretti  dagli Usa, non solo al tempo di  Trump 1, ma anche negli anni di Biden.

Non solo migranti, il Pontefice da poco defunto è stato anche ecologista nonché antiglobalista e anticapitalista. «L’umanità è globalizzata e interconnessa, ma permangono povertà, ingiustizia e diseguaglianze», ha detto Bergoglio alla fine del 2022 a sintetizzare il senso del suo messaggio sociale.

Insomma, Francesco è stato un “antagonista” geopolitico e globale. Ed è qui che va rintracciato il senso “storico-politico” del suo passaggio, visto che, al di là di varie battute estemporanee e al di là della nomina di questo o quel cardinale “progressista”, Bergoglio non ha “riformato” la dottrina tradizionale del cattolicesimo.

Ma, a questo punto, si pone il non banale quesito: che farà ora la Chiesa? Quale orientamento “geopolitico” sceglierà il successore di Bergoglio? In questi giorni girano almeno una dozzina di nomi di “papabili”, variamente distribuiti tra Europa, Nordamerica, Africa e Asia. Non è detto che il nome che uscirà dal prossimo Conclave indicherà, di per sé, quella che potrà essere la politica globale della Chiesa cattolica nei prossimi anni. Però, certamente, la provenienza del prossimo Papa fornirà un primo indizio dell’assetto futuro. Gli scenari sono diversi.

Uno dei “papabili” è stato indicato nel filippino Antonio Gokin Tagle. Se questa fosse la scelta, vorrebbe dire che la Chiesa cattolica continua a scommettere sul Sud del mondo. Difficile dire al momento quale potrebbe essere la strategia vaticana. Però non sarebbe indifferente il fatto che ci ritroveremmo con un papa proveniente da una delle aree, in prospettiva, più “pericolose” del mondo, quella dell’Indo-Pacifico, dove potrebbe scoppiare nei prossimi anni una guerra su vasta scala, un conflitto che coinvolgerebbe, oltre a Cina, Usa e Taiwan, anche le potenze di quel quadrante della terra, Filippine comprese. Quindi ci potremmo ritrovare con una Chiesa di “prima linea” che sarà impegnata a svolgere una funzione pacificatrice in un modo sconvolto da una nuova stagione di guerre.

Ma un eventuale orientamento terzomondista del Conclave potrebbe regalarci, per la prima volta nella storia della Chiesa, un “papa nero”.  La scelta potrebbe cadere su Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo di Kinshasa. Se così fosse, si prefigurerebbe  però un cattolicesimo di “trincea”: l’episcopato africano è impegnato a reggere l’urto dell’aggressione islamista. Non solo, ma i cardinali provenienti dal continente nero sono anche di orientamento generalmente tradizionalista.

E se invece la Chiesa optasse per un nuovo “eurocentrismo”, ovviamente adattato ai tempi che stiamo vivendo? Tra i “papabili” ci sono almeno sei cardinali provenienti dal vecchio continente (dei quali tre italiani). Alcuni di essi sono indicati come “progressisti”, altri come “conservatori”. Ma non è il caso, in questo momento, di interrogarsi su quale potrebbe essere la posizione del nuovo pontefice circa la dottrina della Chiesa. Quello che sappiamo è che il cattolicesimo europeo è in crisi profonda (seminari vuoti, diminuzione della pratica liturgica, agnosticismo diffuso). Questa crisi religiosa è anche il riflesso di una più ampia crisi culturale e spirituale del vecchio continente.

Al di là di quello che sarà  l’orientamento della Chiesa negli anni a venire, rimane il fatto che le radici del cattolicesimo sono in Europa. E, se queste radici si inaridiscono, si inaridisce anche il cattolicesimo. 

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