Una reporter intrepida, alla costante ricerca della verità. Catturata per ben due volte dall’Fbs russo ma la seconda le è stata fatale: non riuscirà ad uscirne viva. Questa è la storia di Viktoriia Roshchyna, soprannominata “Vika”, una giornalista ucraina presso la testata Ukrainska Pravda, di soli 27 anni.
La reporter è stata catturata per la prima volta dall’Fsb nel 2022, mentre si stava dirigendo a Mariupol partendo da Berdiansk.
La sua liberazione é avvenuta dopo 10 giorni, a seguito della diffusione di un filmato in cui è stata obbligata ad affermare che le forze russe “le hanno salvato la vita”. Alla cronista, molto provata a seguito dell’esperienza vissuta, viene consigliato dai colleghi di riposarsi. Eppure lei continua a perseguire la sua missione: recarsi dove nessuno va per dare voce al popolo ucraino occupato, mossa dalla volontà di raccontare la verità, anche a costo della propria vita.
Ecco che, nell’estate del 2023, intraprende uno degli incarichi più rischiosi per una reporter di origine ucraina: si avventura dietro le linee nemiche. Il suo datore di lavoro interrompe la collaborazione con la reporter in quanto riteneva troppo rischioso ciò che faceva. “Le avevo detto anche io di non farlo. Ma lei mi rispondeva: “Devo andare perché sono l’unica giornalista che ci va”. E poi mi mandava una nuova bozza. Era stata quattro volte nei territori occupati” ha spiegato Sevgil Musaieva, redattrice capo di Ukrainska Pravda. “Vika era così. Capace di farti delle scenate pazzesche – ha continuato la giornalista ucraina – se non le mettevi il pezzo o se glielo cambiavi. Spariva anche per settimane, poi tornava con una scatola di dolci. Come quella di cioccolatini Raffaello che è rimasta sulla mia scrivania dopo che l’hanno presa”. Non sono servite nemmeno le suppliche da parte di Volodymyr, padre della cronista, a fermarla: prima della partenza per l’ultima missione Vika è passata da Kryviy Rih, città natale del presidente ucraino Zelensky, e gli ha detto “Vado”.
La reporter ha lasciato l’Ucraina per l’ultima volta il 25 luglio 2023. Il cellulare viene poi connesso alle 14:09 ad una rete mobile polacca. Dalla Polonia attraversa la Lituania e la Lettonia, per poi giungere in Russia, attraverso il valico di frontiera di Ludonka, stando a quanto ricostruito dall’inchiesta collettiva realizzata da Forbidden Stories.
Vika percorre 1.600 km, fino a Melitopol e poi Enerhodar, città vicina alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, nella quale affitta un appartamento, pagando tre notti in anticipo.
Vika sfrutta diversi telefonini al fine di proteggere le fonti e scrive file che si auto eliminano dopo che li ha inviati al desk.
Il 3 agosto, però, il padre dà l’allarme quando si accorge che la figlia non risulta più connessa in rete.
É stata presa dai russi.
Inizialmente la cronista è stata portata a Melitopol nel “garage”, nonché un centro di smistamento di prigionieri.
Lì, ha subito torture di ogni genere, come raccontato da alcuni testimoni, anch’essi prigionieri. Tra queste, scosse elettriche, pugnalate, botte.
In seguito è stata trasferita a Taganrog e rinchiusa all’interno di un centro di detenzione preventiva chiamato “Sizo 2”.
Un altro testimone oculare ha raccontato che “quando è arrivata era piena di ogni tipo di droghe, poi praticamente ha iniziato a impazzire”.
Nelle stanze del carcere finalizzate alla tortura gli individui vengono sottoposti ad una forma di tortura denominata “waterboarding”, nonché un annegamento simulato oltre a ripetute scosse elettriche sulla sedia elettrica.
Al di fuori delle celle, i prigionieri sono poi obbligati ad assumere la posizione del cigno: il corpo viene piegato in avanti e le mani giunte dietro la schiena. Il cibo viene razionato: sono concessi quattro cucchiai e mezzo per piatto. Vika ha poi smesso di mangiare. Una compagna di cella ha affermato: “Le parlavamo, ma era persa nei suoi pensieri, con gli occhi terrorizzati”. Il peso della 27enne è arrivato a 30 chili. La compagna ha riferito anche che “non riusciva più a camminare, eppure continuava ad identificarsi come giornalista”.
Nell’aprile 2024, dopo quasi otto mesi senza notizie, le autorità russe e il Comitato Internazionale della Croce Rossa hanno confermato al padre la notizia dell’arresto della figlia. La caporedattrice, Sevgil Musaieva, ha spiegato: “Nel frattempo avevo saputo da mie fonti che Vika avrebbe dovuto essere rilasciata il 13 settembre”.
In una delle ultime chiamate con la famiglia, Vika ha cercato di confortare i genitori, convinta che sarebbe tornata presto a casa a seguito di uno scambio con alcuni prigionieri.
Il 10 ottobre, la tragica telefonata. Il padre riferisce a Sevgil Musaieva di essere venuto a conoscenza della morte della figlia tramite una lettera speditagli dalle autorità russe: “Vostra figlia è morta il 19 settembre 2024. Il corpo verrà restituito durante uno scambio di prigionieri”. Così non è stato.
Le autorità russe sono poi arrivate a negare persino che Vika fosse stata detenuta a Taganrog.
Ciò finché il 14 febbraio, analizzando le liste dei corpi scambiati, gli intermediari della Croce Rossa Internazionale scorgono all’ultima pagine una voce: “NM SPAS 757”, abbreviazione che sta per “uomo non identificato” e “danni estesi alle arterie coronarie”. Si tratta di Vika. Le prime perizie forensi suggeriscono “numerosi segni di tortura”: segni di scottature sui piedi dovuti a scosse elettriche, diverse abrasioni sui fianchi e sulla testa e una costola rotta. I suoi capelli sono stati rasati a zero.
Il cadavere, ha scritto Forbidden Stories “era in cattive condizioni: era stato congelato e si trovava in stato di mummificazione. Le contusioni sul collo erano compatibili con una possibile frattura dell‘osso ioide”. Questo è un tipo di danno che può soccombere durante lo strangolamento.
La causa precisa della morte della reporter potrebbe rimanere sconosciuta poiché quando il suo corpo è stato restituito alcuni organi erano stati asportati: tra questi il cervello, i bulbi oculari e la laringe.
Asportati per nascondere la causa del decesso, occultando un osceno crimine di guerra.
Il padre della cronista non riesce ancora ad accettare la morte della figlia, chiedendo che vengano effettuati ulteriori esami del Dna.
Alla reporter, Ukrainska Pravda ha dedicato il “Progetto Viktoriia: Storia di prigionia e torture subite dalla giornalista Roshchyna e da migliaia di ucraini imprigionati dalla Russia”.
L’iniziativa, lanciata da Forbidden Stories, coinvolge organi di stampa di tutto il mondo – tra cui Guardian, Washington Post, Le Monde, Die Zeit – al fine di fare luce sulle reali circostanze della prigionia di Vika e sulle condizioni degli ucraini detenuti in Russia.
Vika non è mai stata ufficialmente accusata di alcun reato. Pauline Maufrais di Reporters Without Borders ha affermato che “si tratta di un caso unico: detenuta in segreto, dichiarata morta dallo Stato che la deteneva, senza prove, senza corpo, senza risposte”.
É stato anche confermato che durante una visita da parte dell’Ombudsman regionale russo al carcere, la cronista è stata nascosta.



