Umiltà, unità e spirito missionario in un mondo che, mai come oggi, ha bisogno del lievito della Chiesa: sono questi i messaggi forti lanciati da Papa Leone XIV nell’omelia pronunciata nel corso della cerimonia di intronizzazione questa mattina in piazza San Pietro.
Un discorso bellissimo quello di Prevost, un discorso commosso e commovente, sereno e potente, disarmato e disarmante. L’umiltà innanzi tutto. Davanti ai potenti della Terra, Papa Leone non ha esitato a mostrarsi nella sua umanità semplice e fragile: «Sono stato scelto senza alcun merito e, con timore e tremore, vengo a voi come un fratello che vuole farsi servo della vostra fede e della vostra gioia, camminando con voi sulla via dell’amore di Dio, che ci vuole tutti uniti in un’unica famiglia». Ma da queste espressioni di umiltà si sprigiona una forza straordinaria: «Amore e unità: queste sono le due dimensioni della missione affidata a Pietro da Gesù».
La potenza dell’umiltà sta qui, sta in questo senso della missione intensamente vissuto. La profondità di tale sentimento, Robert Francis Prevost l’ha espressa, non solo con le parole, ma anche con i gesti e le espressioni del volto. Come nel momento solenne e simbolicamente potentissimo della Consegna del Pallio e dell’Anello del Pescatore. L’anello viene chiamato così dalle parole di Gesù a Pietro dopo la pesca miracolosa: «Ti farò pescatore di uomini». Vi è raffigurata l’immagine di San Pietro con le chiavi e la rete e all’interno c’è la scritta «Leone XIV». È il sigillo dell’autorità papale. Leone XIV lo ha fissato con commozione. E l’intensità di questo gesto ha raggiunto i fedeli, che hanno tributato al Pontefice un lungo e sentito applauso.
Sono tante le frasi chiave dell’omelia di Papa Prevost. Ma forse la più significativa, quella che meglio sintetizza il significato del suo messaggio, è la seguente: «Questo, fratelli e sorelle, vorrei che fosse il nostro primo grande desiderio: una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato».
Ecco, c’è il richiamo forte all’unità della Chiesa, che negli ultimi anni ha conosciuto dissidi e veleni. C’è il segno alla comunione tra fratelli. E c’è l’idea che questa Chiesa possa aiutare il mondo a uscire dalle sue divisioni e dalle sue tensioni, “fermento”, appunto, per un mondo che deve ritrovarsi “riconciliato”.
La Chiesa di Papa Leone può essere lievito di pace per i popoli della Terra solo se rilancia la propria vocazione missionaria. «Questo è lo spirito missionario che deve animarci, senza chiuderci nel nostro piccolo gruppo né sentirci superiori al mondo. Siamo chiamati a offrire a tutti l’amore di Dio, perché si realizzi quell’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo».
Nella visione del Pontefice ci sono anche le ingiustizie sociali a rendere difficile la vita dei popoli: «In questo nostro tempo, vediamo ancora troppa discordia, troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri. E noi vogliamo essere, dentro questa pasta, un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità».
Sfruttamento selvaggio delle risorse ed emarginazione dei più poveri: da questi accenni di Prevost si può chiaramente intuire che il Pontefice non mancherà di far udire presto i suoi ammonimenti nei confronti di un sistema globale segnato da crescenti squilibri sociali. Non è certo un caso se Leone XIV si è voluto chiamare come il Papa della prima enciclica sociale, Leone XIII. E proprio della “Rerum Novarum”, Papa Prevost ha citato un passo. Se la carità di Dio, ha detto, «prevalesse nel mondo, non cesserebbe subito ogni dissidio e non tornerebbe forse la pace?».
Ma Leone XIV, in questa cerimonia di intronizzazione, non ha potuto non ricordare (e lo ha fatto con parole commosse) il suo predecessore diretto. «In questi ultimi giorni, abbiamo vissuto un tempo particolarmente intenso. La morte di Papa Francesco ha riempito di tristezza il nostro cuore e, in quelle ore difficili, ci siamo sentiti come quelle folle di cui il Vangelo dice che erano “come pecore senza pastore”. Proprio nel giorno di Pasqua, però, abbiamo ricevuto la sua ultima benedizione e, nella luce della Risurrezione, abbiamo affrontato questo momento nella certezza che il Signore non abbandona mai il suo popolo, lo raduna quando è disperso e lo custodisce come un pastore il suo gregge». Anche nel momento della tristezza non manca mai il senso della speranza.
Il pontefice avrà l’opportunità di esprimere subito il suo impegno per la pace. Oggi vedrà il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e domani darà udienza da J.D. Vance. Il “fermento” della Chiesa di Leone XIV è già all’opera.



