Gaza, tregua problematica: cosa vuole veramente Israele

lunedì, 2 Giugno 2025
2 minuti di lettura

Proposta americana di tregua per Gaza, Israele e Hamas intendono in modo diverso la sospensione delle ostilità per 60 giorni. Tel Aviv si riserva di intervenire come e quando vuole finché Hamas non si sarà arresa e non avrà disarmato. Dal canto loro, gli islamisti palestinesi pretendono la cessazione permanente dei combattimenti e il ritiro dell’Idf dalla Striscia. Questo è almeno ciò che le parti in conflitto ammettono pubblicamente. Di fatto il negoziato è congelato.

Non occorre essere esperti di geopolitica per capire che le vere vittime della guerra (gli ostaggi israeliani, da una parte, e i civili palestinesi, dall’altra) stanno subendo gli effetti di due contrapposte forme di cinisino. Più facile definire il cinismo di Hamas. Più complesso è invece capire il più sottile (ma micidiale) ragionamento israeliano.

Cominciamo dagli estremisti palestinesi. Per Hamas, le sofferenze della popolazione di Gaza sono un’arma di pressione sull’opinione pubblica internazionale e un modo per far dimenticare gli orrori del pogrom del 7 ottobre 2023. Si tratta di una strategia che, a quanto pare, sta funzionando, visto che è ormai diffusa l’accusa a Israele di attuare un “genocidio” nella Striscia. A loro volta, gli ostaggi israeliani sono una sorta di garanzia di sopravvivenza per l’organizzazione islamista palestinese.

Per quanto invece riguarda l’atteggiamento di Benjamin Netanyahu, ci sono diversi fattori da considerare. C’è innanzi tutto il fatto che l’opinione pubblica israeliana non si è ancora ripresa dallo shock del 7 ottobre e forse non si riprenderà più. La circostanza che Israele abbia accolto con una sorta di “riserva” la proposta americana sta a significare che il premier di Tel Aviv deve barcamenarsi tra due esigenze opposte: da un lato deve accontentare il potente alleato Usa, dall’altro non può ignorare quelle vaste aree della società israeliana che si sentono perennemente in guerra con i palestinesi, anche per il modo spregiudicato e disumano con cui Hamas sta giocando la carta degli ostaggi.

Diciamo, in linea generale, che Israele ha interesse a mantenere sempre accesa, in qualche modo, la questione di Gaza. Questo atteggiamento nasconde però un altro obiettivo, più “strategico”: l’annessione di fatto di ampie aree della Cisgiordania.

In altre parole, la Striscia è un diversivo. Una clamorosa conferma di questo sospetto l’abbiamo avuta qualche giorno fa, quando il governo israeliano ha riconosciuto 22 nuovi insediamenti di coloni nelle terre che ricadono sotto la giurisdizione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Si è trattato di un atto grave, che è avvenuto mentre l’attenzione generale era concentrata (come da quasi due anni) sull’emergenza umanitaria a Gaza. Questa scelta di Tel Aviv rivela un’accelerazione della politica riguardo alla Cisgiordania: Israele sta imponendo una sovranità, diciamo, a “macchia di leopardo” su un territorio che non gli appartiene. E proprio la parola “sovranità” ha impiegato il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, per legalizzare l’occupazione di terra palestinese. Ma ciò è in palese violazione del diritto internazionale. Non per niente la Corte Onu dell’Aia ha giudicato illegittimi gli insediamenti di coloni.

L’annessione di pezzi di Cisgiordania nasconde, a sua volta, un altro obiettivo ancora più importante, al di là del vagheggiamento del “Grande Israele” da parte della destra religiosa, una destra che ha proprio nel ministro Smotrich uno dei suoi massimi esponenti.  Questa sovranità a “macchia di leopardo” dello Stato ebraico in Cisgiordania rende di fatto impossibile la nascita di uno Stato palestinese. Ed è forse questo il vero obiettivo della politica di Netanyahu, al di là del fatto che parliamo comunque di una prospettiva meramente teorica, buona soltanto per essere citata negli  altisonanti  documenti politici occidentali.

Nel frattempo, gli innocenti continuano a soffrire. L’esperto di politica internazionale Ettore Sequi prevede per Gaza il futuro di un «conflitto amministrato, ma permanente».  Cioè, uno stato in cui pace e guerra non sono più distinguibili tra loro. Non è una bella prospettiva.

In Medio Oriente, il diritto della forza tende purtroppo a prevalere sulla forza del diritto.

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.