Non é stato solo un viaggio, non é stato solo volontariato. Eva Crosetta, giornalista e conduttrice del programma Rai “Sulla via di Damasco”, ci ha raccontato la sua esperienza in Africa che ha ispirato il suo libro “Che colpa ne ho se sono nato in Congo all’ombra di un mango?”, in un’intervista esclusiva rilasciata a Lo Speciale.
Spegnendo un attimo i riflettori, al buio di luoghi senza elettricità, ripercorriamo con lei quegli scenari di miseria ma magici, ricchi sì ma di una bellezza inaspettata. Quella vissuta da Eva in Africa si è rivelata essere molto più di una scelta umanitaria: una vera e propria conversione. Un viaggio interiore, più che fisico, quello a Kinshasa, dove nelle scuole della comunità “Amore e Libertà” – fondata da don Matteo Galloni – incontri, riflessioni e innumerevoli aneddoti vengono offerti al lettore con tutto il loro portato valoriale. E chiudendo il libro, una volta letto, sorge una domanda: quanto ci siamo persi nelle nostre vite comode?
Eva, ha definito questa esperienza rivoluzionaria come una “Dio-Incidenza”: oggi crede che la sua partenza in Africa fosse destinata a succedere e non sia stata solo dettata dal caso. Cosa intende?
“Per come sono andate le cose, ho sempre pensato che compiere questo viaggio fosse una volontà di Dio. La mia scelta di andare in Africa non è stata immediata, ho fatto un percorso: prima sono andata a visitare la comunità (Amore e libertà, ndr) a Firenze, in cui vengono accolti, oltre ai ragazzi e bambini congolesi, anche altri minori che vengono affidati loro dai tribunali. Questi vengono considerati dei veri e propri figli e seguiti in tutto e per tutto. Poi, quando è stato il momento opportuno sono partita. Per certe cose ci vuole tempo, il tempo del cuore”.
Ha ammesso che lei stessa era “una pecorella smarrita”. Cosa consiglia alle persone che oggi si sentono come si sentiva lei?
“A me vivere un’esperienza del genere è servito. Però so che non tutti possono farla. Dunque, consiglierei di mettersi in ascolto il più possibile, di avere la voglia di entrare in relazione con nostro Signore. Don Matteo durante il viaggio mi parlava di un Dio che agisce nella storia. E lo fa nella mia e in quella di tutti, ne sono stata sempre più consapevole. Lì ne hai contezza, perché vedi che dove non hanno nulla, nel cuore della miseria più assoluta, c’è un grandissimo senso di affidamento. Per loro, esiste la Provvidenza. È quasi facile per loro vedere il bicchiere mezzo pieno, per quanto possibile in quelle situazioni così disagiate. C’è un passaggio della lettera di Giovanni che dice: ‘Ma come fai ad amare il Signore che non vedi se non ami il fratello che vedi?’. Lì ho trovato questa capacità di relazione con più facilità rispetto a qui. Anche perché, prima di tutto, nessuno sapeva chi io fossi. E devo dire che questo è stato molto liberatorio. Puoi toglierti la maschera che sei costretta ad indossare in società, per via di certe situazioni e dinamiche che si possono instaurare. Invece lì sei semplicemente te stessa, con tutte le tue fragilità, paure e imbarazzi. In Africa ho vissuto dei momenti duri, in cui non sapevo come comportarmi. In qualche situazione ho sentito che sarei arrivata solo fino ad un certo punto. Tutta l’altra energia e forza propulsiva che ho sentito in determinate situazioni e il modo in cui le ho affrontate, non dipendeva da me, non era farina del mio sacco. Era come se fossi pilotata dall’alto. Mi riferisco ad un episodio in particolare: quando sono entrata all’ospedale pediatrico di Kimbondo e ho incontrato un bambino sporco di sostanze organiche, che mi ha abbracciato. Se fosse stata soltanto Eva magari avrebbe fatto due passi indietro e avrebbe cercato di ritrarsi. Invece l’ho stretto a me”.
Cos’è cambiato davvero in lei dopo quel mese in Africa?
“È cambiato tutto. Adesso so in che direzione devo guardare e cerco di farlo nel mio lavoro, in famiglia e con gli amici. Non è sempre facile, però cerco di non fare agli altri quello che non vorrei venisse fatto a me. È un lavoro continuo. È un percorso di fede e di ricerca, a volte faccio tre passi in avanti e due indietro. Mi conforta sempre sapere che c’è un Dio che mi ama e che ha sacrificato la sua vita per noi. Un’altra cosa che è cambiata è che prima, andavo a Messa solo per formalità. Adesso, se non vado a Messa la domenica, non sto bene. Mi sembra di prendere una boccata d’ossigeno, per poter affrontare nuovamente la settimana. Poi, se hai la fortuna di trovare un sacerdote che non fa rimanere separati Vangelo e vita, prendendo tantissimi spunti che ci sono nel Vangelo per regalarli e per farli entrare nella nostra esistenza, fa la differenza. Quando il celebrante riesce a calare il Vangelo nell’esistenza delle persone che ha di fronte questa cosa rimane impressa, si porta a casa qualcosa”.
In che modo è cambiata la sua scala dei valori? Cos’é adesso per lei il vero ‘successo’?
“Il fatto di non sentirmi mai sola. Io sarei per una vera e propria rivoluzione volta a rendere protagoniste la tenerezza, come diceva Papa Francesco, e l’educazione. Il vero successo può essere vivere la vita avendo rispetto per sé stessi e per gli altri. Ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace, mi dà soddisfazione e mi permette di raccontare delle storie meravigliose di rinascita di persone che cadono ma poi riescono a trovare la forza di rimettersi in piedi grazie alla fede. C’è sempre un fil rouge che collega tutti. Intervisto un panorama umano variegato: dal manager, all’operaio al tossicodipendente e tutti hanno il desiderio di amare e di essere amati. Questo è il filo conduttore che ci fa essere tutti uguali su questa Terra, nessuno escluso”.
Nel suo libro ha scritto “per la prima volta mi sono sentita bianca”. Che effetto ha avuto su di lei essere vista come ‘diversa’?
“La percezione di essere bianca non l’avevo mai provata. Lì ero io che venivo additata, guardata come un extraterrestre, perché non capivano bene come mai fossi così. Poi, mettiamoci anche il fatto che sono molto alta. Questo ti fa capire anche cosa provano loro, che sono sempre considerati i ‘diversi’, lontani. Bisogna fare esperienza per capire veramente cosa significa. Non se ne ha contezza altrimenti”.
Come ha potuto sperimentare una relazione con Dio in un luogo “tanto dimenticato da Dio” secondo la lettura del mondo?
“Lì è più facile. Questo perché hai a che fare con esistenze molto più autentiche delle nostre. Due dei miei studenti, erano entrati in comunità perché volevano diventare sacerdoti, era la loro prima idea. Spesso però, per queste persone, entrare in comunità significava anche avere un pezzo di pane da mangiare e il sapone con cui lavarsi. Alla cerimonia dei voti, entrambi hanno ricevuto un piccolo regalo da parte dei loro familiari. Quando ho chiesto loro cosa avessero ricevuto, Alfonse mi ha risposto della carta da lettere e Jorisse mi ha detto: ‘Mia madre mi ha donato un consiglio’. A me è venuta la pelle d’oca in qual momento. Ho pensato che, in effetti, cosa può esserci di più sacro di ricevere un consiglio da parte di colei che ti ha messo al mondo e che ci vuole il bene più grande? Quanti ne abbiamo ricevuti dai nostri genitori e magari non li abbiamo ascoltati o dati per scontati? E allora mi sono chiesta: dov’è che ci siamo persi nelle nostre vite comode? Siamo eternamente connessi ma isolati da noi stessi. Invece lì tutto questo manca. Non ho avuto il cellulare per tre settimane ed è stato meraviglioso. Togli tutto il superfluo e tutto è amplificato, anche i tuoi sensi”.
Cosa l’ha ispirata dopo 11 anni dal suo viaggio in Africa a scrivere questo libro? In che momento e perché ha sentito la necessità di trasmettere ciò che ha vissuto?
“Sarò sincera. Purtroppo gli ultimi due anni della mia vita sono stati molto complicati, perché mio padre si è ammalato. Io volevo stargli vicino il più possibile. Sono stata tanto in Veneto e ho fatto salti mortali per seguire il lavoro e tutto il resto. Cercavo una boccata d’ossigeno in una situazione che mi creava molta sofferenza. Mio padre era a letto, non si muoveva più. Ma tante volte mi è sembrato di vedere il volto di nostro Signore sulla sua faccia, sempre più consunta. Quindi, in quella sofferenza così grande, ho pensato di tornare a quelle cose che mi avevano fatto stare bene e cambiato come persona. E, senza rileggere i racconti, li ho spediti a Mondadori. Questo perché forse, a distanza di tempo, se li avessi riletti neanche mi sarebbero piaciuti. Per fortuna l’ho fatto, altrimenti non avrebbero mai visto la luce. Dopo aver ricevuto il sí della Casa editrice mi sono messa sotto. Purtroppo mio padre ha visto solo la copertina, non ha fatto in tempo a leggere il libro. Ma l’ho dedicato a lui e a mia madre. Come era arrivato il momento giusto per andare in Africa, era arrivato anche il momento giusto per rendere pubblico tutto questo. Sono contenta che mi dicano che è un libro che si ‘fa voler bene’. E le persone che mi conoscono meglio, dicono che è scritto nello stesso modo in cui parlo, dunque che si capisce chiaramente che l’ho scritto io”.
Ha intenzione di ritornare presto in Congo o magari più avanti?
“La voglia di tornare c’è sicuramente. Mi piacerebbe vedere anche altro però, fare magari un’esperienza in America Latina, dove non sono mai stata, in Amazzonia o India. I contatti con la comunità li ho sempre. Alla presentazione del mio libro, avvenuta a Roma presso la società Dante Alighieri il 14 maggio, c’era anche Alessandra Ferrante. Ho avuto la fortuna di averla presente perché in quei giorni si trovava in Italia. Per me è una missione portare questo libro in giro per l’Italia e poter raccontare queste storie perché i miei diritti d’autore andranno tutti alla comunità Amore e Libertà. Dunque, per me è una sorta di volontariato, li voglio aiutare ancora, da qui. È così bello lasciare qualcosa alle persone che vengono ad ascoltare la presentazione, quando arriva il momento di firmare le copie, alcuni prendono spunti da quello che ho detto per parlarmi delle loro vite, delle loro esistenze. Nasce uno scambio costruttivo. Lì capisci chiaramente quanto le persone abbiano un grandissimo bisogno di essere ascoltate. Una volta era molto più forte il senso di comunità e appartenenza. Oggi no. Siamo molto più soli di quello che pensiamo. Ma possiamo invertire la rotta”.
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Di seguito, alcuni scatti di Eva durante il periodo trascorso a Kinshasa:

