Con il bombardamento da parte di Israele di diversi siti nucleari e basi militari iraniane, la tensione in Medio Oriente torna alle stelle. L’Iran ha promesso pesanti ritorsioni militari, iniziate con un massiccio attacco di droni. Sull’argomento e sugli ipotetici sviluppi di questa grave escalation abbiamo ascoltato l’illustre parere di Pejman Abdolmohammadi Professore di relazioni internazionali del Medio Oriente presso l’ Universita’ di Trento e ricercatore associato presso ISPI (Istituto di studi di politica internazionale).
Tutto questo porterà ad un’escalation o si potrà evitare?
Sicuramente l’attacco mirato di Israele nei confronti della Repubblica islamica e non dell’Iran è singolare, questo ha portato ad un contrattacco. Ma ricordiamoci che Israele ha molte più risorse tecnologiche e tecnologie militari avanzate mentre la Repubblica Islamica dal punto di vista militare in questo momento ha risorse limitate, ha pochissimi alleati, sia in Siria che in Iraq, le milizie sciite e dall’altra parte Hamas non ci sono più, Hezbollah non fa niente e non può far niente, ci sono soli gli Uti. Quindi la Repubblica Islamica è molto indebolita tenendo anche presente dell’80% della popolazione che è contraria. Quindi l’escalation ci potrà essere ma è un’escalation in un tempo limitato dal punto di vista delle risorse. La grande partita ora si gioca dentro l’Iran non tanto nel rapporto contro Israele. La Repubblica Islamica può far male ma non malissimo, mentre Israele sta facendo molto male colpendo nel cuore i territori.
Che ruolo hanno gli Stati Uniti? Sappiamo che nell’Atlantico hanno già schierato portaerei e mezzi militari. Saranno portatori di pace?
Gli Usa hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nella regione mediorientale. Il paradigma Trump è molto importante. Tutto ciò porta una spinta nel prossimo futuro in Medio Oriente soprattutto per contenere la Cina, per avere un Medio Oriente nuovo che porti ad una ripresa economica, a maggiore stabilità politica, e ad una dose di pluralismo. L’Islam politico dei cosiddetti “barbuti” che è stato sostenuto da varie forze americane ed europee non fa più parte del paradigma di Trump e di Washington già dal 2017. L’ eliminazione del generale Solimani che è stato esempio radicale dell’islam integralista e radicato nella regione ne è un esempio eclatante. Tutto questo appartiene al passato. Anche in questa amministrazione Trump ha un solo ed unico obiettivo: il Medio Oriente rientra nel progetto della grande Asia per fermare a tutti i costi l’avanzata economica della Cina. Gli Usa sicuramente hanno una visione che a mezzo termine porterà alla pace ma nel brevissimo periodo no. Bisogna portare avanti dei discorsi contro i totalitarismi. La Russia anche è un importante attore dittatoriale. Come lei anche altre dittature devono essere arginate, vedi il Qatar, la Turchia e per esempio l’Azerbajan. Anche se non lo vogliamo dire esplicitamente perché abbiamo interessi economici verso questi Stati, anche qui ci sono dei regimi autoritari che vanno smantellati. Gli Usa hanno quindi bisogno di una pace per fermare la Cina. Ricordiamoci il ruolo dell’India e dell’ importante via del cotone, anche su questo il governo italiano ci sta lavorando e in maniera eccellente. Il progetto IMEC che parte da Mumbai e arriva a Trieste e che dovrebbe collegare il subcontinente indiano all’Europa, passando per il Medio Oriente ed Israele, sarà uno dei progetti più importanti a livello geopolitico ed economico ed avrà anche il compito di fermare il progetto sulla Via della Seta, sicuramente pericolosa per la nostra sicurezza nazionale, ma anche per rinvigorire una nuova alleanza di democrazie basata sull’economia recente.
Trump ha promesso di fare da mediatore con l’intervento di Putin. Oggi il ministro Tajani ha detto che questa ipotesi non è percorribile. Cosa ne pensa?
Sicuramente la proposta di Trump di coinvolgere Putin fa parte del suo solito lancio di dadi. Ne lancia sempre tanti ma pochi restano sul tavolo. Credo non andrà così. In realtà Putin ha già barattato con Trump la Siria e l’influenza della Russia in Iran. Ma si fermerà qui e se farà il mediatore sarà solo una parte di questo gioco. Lo scopo finale di Trump come di Nethanyau sarà quello del superamento della Repubblica Islamica. Mentre a Putin non dispiacerebbe come anche all’Arabia Saudita e alla Turchia che uno status quo rimanesse sotto l’Iran e quindi una Repubblica Islamica indebolita farebbe molto comodo a tutti questi attori. Come farebbe comodo a quella parte di popolazione democratica e laica in Medio Oriente che è quella persiana e sicuramente anche agli interessi geostrategici degli Usa e di Israele.
Per quanto riguarda il nucleare lei pensa che i quantitativi in dispersione prima e dopo gli attacchi siano stati eccessivi o i livelli di pericolosità sono minimi?
Importante è sicuramente sottolineare che la questione nucleare a prescindere da tutto è rilevante. Le quantità lavorate nei centri iraniani sono arrivati ad un tale punto che anche l’Aiea si è detta allarmata e preoccupata, ecco perché l’attacco di Israele è stato anticipato e repentino ed è anche arrivato prima del tempo stabilito. Quindi non possiamo per niente sottovalutare le quantità a cui sono arrivati i dirigenti della Repubblica Islamica che hanno messo sicuramente a repentaglio l’intera popolazione.



