Non è solo una reunion tra alleati storici, ma la conferma di un asse geopolitico che con il rientro di Donald Trump alla Casa Bianca è diventato portante nella politica estera americana. Il faccia a faccia tra il presidente americano e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu segna un passaggio fondamentale nelle strategie condivise su sicurezza, Medio Oriente e ridefinizione dell’ordine internazionale. Sul tavolo della cena ufficiale, durata oltre quattro ore, si è parlato di Iran, Gaza con una provocazione portata avanti dal leader israeliano: Nobel per la Pace per il Tycoon, tre parole chiave che delineano un’agenda comune e senza sfumature.
Trump – Netanyahu, la prima spina è Iran: “tumore” da estirpare
Per Netanyahu, l’Iran rimane il nemico esistenziale di Israele. “Abbiamo rimosso i due tumori che minacciavano la nostra sopravvivenza: il nucleare e i missili balistici”, ha detto il premier, riferendosi alle operazioni congiunte israelo-statunitensi degli ultimi mesi. Ma ha anche avvertito che “il tumore può tornare”, invocando una sorveglianza costante e la prosecuzione delle operazioni preventive. Si tratta di un ritorno alla dottrina della deterrenza assoluta, sostenuta in pieno da Trump, che ha rivendicato la durezza delle recenti offensive: “Loro ora vogliono parlare, dopo la batosta che hanno preso”, ha detto, riferendosi a Teheran. I colloqui con l’Iran, ha aggiunto, si faranno solo da posizione di forza, “ma non so neanche se servano”.
Siamo di fronte a una narrazione che rovescia completamente il paradigma dell’era Biden: niente diplomazia multilaterale, niente compromessi, ma il ritorno all’approccio “maximum pressure” come strumento di pace.
La seconda spina è Gaza: si parla ancora di diaspora e ricollocamento
Nel cuore della cena, anche un altro tema esplosivo: Gaza. Netanyahu ha elogiato la “visione brillante” di Trump su quella che definisce “libera scelta” per i palestinesi: lasciare la Striscia devastata o restare. Il premier ha parlato esplicitamente di colloqui in corso con diversi Paesi pronti ad accogliere parte della popolazione palestinese. Trump ha confermato: “Abbiamo avuto un’ottima collaborazione dai Paesi vicini. Qualcosa di buono accadrà”.
L’operazione, che i critici chiamano “trasferimento soft”, ha contorni ancora vaghi ma obiettivi chiarissimi: alleggerire Gaza, rompere il nodo demografico e depotenziare la causa palestinese trasformandola in questione migratoria. È un disegno che rischia di cambiare radicalmente lo status della Striscia, nel silenzio di molte cancellerie arabe.
Trump candidato al Nobel per la Pace: mossa diplomatica o provocazione globale?
A coronamento dell’incontro, Netanyahu ha consegnato a Trump una lettera indirizzata al Comitato per il Nobel: una candidatura ufficiale alla Pace. Motivo? Gli Accordi di Abramo, che il premier definisce “il successo diplomatico più importante del nostro tempo”. Nella missiva, si elogia “la visione e la leadership audace” del presidente americano, capace – secondo Netanyahu – di promuovere “dialogo, cooperazione e prosperità condivisa”.
Non è solo un gesto simbolico: è la volontà di consacrare una linea politica alternativa al multilaterale tradizionale, e premiare una diplomazia fondata sulla forza, sull’unilateralismo e sulla ridefinizione degli alleati e dei nemici. Una candidatura che sa di sfida politica globale, prima ancora che morale.
Con Trump nuovamente alla Casa Bianca, la geopolitica mediorientale sembra avviarsi verso un nuovo equilibrio fondato non sulla mediazione, ma sull’imposizione. Netanyahu, che con questo ritorno rafforza il suo ruolo di leader globale della destra internazionale, ha trovato nella seconda presidenza Trump non solo un alleato, ma un moltiplicatore di influenza. L’incontro alla Casa Bianca sarà ricordato come il momento in cui la dottrina della “pace per forza” è diventata ufficialmente la linea dell’asse Washington-Tel Aviv. Con buona pace di Nato e Onu, pericolosamente scavalcati e ridotti a comparsate nell’ultimo grande tavolo da cui l’UE è stata esclusa.

