Fabio Fognini ritiro, dice addio l’artista del tennis che ha retto da solo l’azzurro

mercoledì, 9 Luglio 2025
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C’è stato un tempo – e non parliamo di secoli fa – in cui l’unico volto riconoscibile del tennis italiano era quello di Fabio Fognini. Non c’erano fenomeni come Sinner, non c’era una squadra, non c’era una generazione di fenomeni all’orizzonte. C’era solo lui. Con la sua classe disarmante, con i suoi crolli inspiegabili, con la bellezza irregolare del suo gioco. È stato il primo a farci tornare a sognare. E oggi, a Wimbledon, con l’annuncio del ritiro Fabio Fognini ha chiuso il cerchio.

Alle 14 ha convocato una conferenza stampa con mezz’ora di preavviso. Nessuna celebrazione annunciata, nessun tour d’addio. Solo la scelta sincera e coraggiosa di dire “basta”. “Lascio oggi. Non parteciperò ad altri tornei”, ha detto con la voce rotta ma lucida. “Gli ultimi anni sono stati duri, ed è arrivato il momento di essere onesto con me stesso”. Aveva immaginato un’uscita di scena diversa, nel suo torneo del cuore: Monte-Carlo, dove nel 2019 ha conquistato il titolo più importante della carriera. Ma poi è arrivata Wimbledon. Ed è arrivata anche l’impresa – forse la più bella partita della sua vita – contro Carlos Alcaraz. Quinto set, erba inglese, 38 anni, contro il campione in carica. Un match che sembrava uscito dal 2011, non dal 2025. “Sarebbe un peccato sciupare questo momento e andare avanti”, gli aveva detto Flavia Pennetta, sua moglie. E per una volta, Fabio ha ascoltato. E ha capito.

Fabio Fognini annucia il ritiro, ha portato il peso di una generazione

È facile oggi parlare di tennis italiano. Di Coppa Davis, di Top 10, di un movimento in salute. Ma quando non c’era nulla di tutto questo, Fabio Fognini era l’unico a tenere alta la bandiera. Per oltre dieci anni è stato lui, da solo, a sopportare l’attenzione, le critiche, le aspettative. Senza una squadra dietro, senza l’appoggio incondizionato dei media, spesso anzi sotto tiro. Ma c’era. Sempre. A vincere match che sembravano persi, a infiammare il pubblico, a sbagliare clamorosamente e poi rimediare con un dritto incrociato da pittore.

In tanti hanno parlato di lui come di un talento sprecato. Forse. Ma anche come di un talento irripetibile. Sicuro. Quel braccio – il “più bello d’Italia” per molti tecnici – ha regalato gesti che non si possono insegnare. E sì, se avesse avuto un’altra testa, se fosse stato meno impulsivo, probabilmente avrebbe vinto di più. Molti lo hanno paragonato ad Antonio Cassano per via di quella folle testa. Ma, forse, con una testa diversa avrebbe anche emozionato meno?

Il capitolo più amaro resta la Coppa Davis. Quella vinta nel 2023 da Sinner, Berrettini, Musetti e Sonego. Fabio non c’era. Non convocato da Volandri. Lui, che in Davis aveva fatto le imprese vere, come il 3-0 rifilato a Andy Murray a Napoli nel 2014. Lui, che per anni aveva trascinato l’Italia da solo nelle competizioni a squadre, guardava da casa altri sollevare il trofeo che forse – simbolicamente – meritava più di tutti. E invece niente. Una ferita rimasta aperta, silenziosa, ma visibile.

L’uomo, oltre il personaggio

Fognini è stato un personaggio divisivo. I suoi scatti d’ira, le squalifiche, i gesti eccessivi hanno spesso oscurato la qualità immensa del suo tennis. Ma l’uomo ha fatto un percorso. È maturato, si è ammorbidito, si è capito. E oggi saluta con il rispetto di tutti. Anche di quelli che lo hanno criticato. Perché alla fine, quando si chiude il sipario, resta l’opera. E quella di Fognini è stata un’opera piena di errori, sì, ma anche di coraggio, fantasia e libertà.

Lo ha detto lui stesso oggi a Wimbledon: “Questo sport mi ha accompagnato per tutta la vita. E continuerà a farlo. Ho avuto la fortuna di giocare nell’era di Djokovic, Nadal e Federer”. E noi, aggiungiamo, abbiamo avuto la fortuna di vedere un italiano sfidarli senza paura, anche solo per un set, anche solo per un giorno.

La vittoria a Monte-Carlo 2019 contro Lajovic resterà il suo capolavoro. Come la rimonta folle su Nadal agli US Open 2015. Come il record superato nel 2022 a Indian Wells, quando è diventato l’italiano con più vittorie ATP della storia. E sì, il best ranking da numero 7 del mondo, conquistato senza mai snaturarsi. Una top 10 tenuta per più settimane di tutti gli altri tennisti azzurri. Più dei Panatta e dei Pietrangeli.
Oggi quel braccio si ferma. La racchetta si spegne. Ma resta la scia luminosa lasciata da chi ha osato. Da chi, da solo, ha retto il tennis italiano prima che diventasse di moda. Fognini non ha sempre vinto, ma ha fatto sognare. E in fondo, nello sport, è questo che conta davvero.

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