Quella che doveva essere una giornata tranquilla si é ben presto trasformata in una tragedia. Una ragazza di 15 anni, Gaia De Gol, é morta travolta da un masso, nei pressi del vecchio ponte sul Piave.
La ragazza si era arrampicata insieme a due amiche su un pendio al fine di scattarsi un selfie da un punto panoramico. Un gesto apparentemente banale e innocuo che però si é trasformato in un dramma. Infatti il terreno sottostante era parecchio instabile e, proprio in quell’istante, ha ceduto.
La 15enne é precipitata, venendo schiacciata da un grande masso che, staccandosi, l’ha travolta. Nonostante il 118 sia giunto tempestivamente sul posto, non c’é stato nulla da fare per la giovane.
Una delle amiche, una 16enne di Borgo Valbelluna, ha riportato alcune ferite e diverse fratture, ma le sue condizioni non risulterebbero gravi, tanto che dovrebbe essere dimessa in pochi giorni.
La terza ragazza del gruppo, invece, é rimasta illesa. Sul luogo dell’incidente sono intervenuti i Carabinieri della Compagnia di Belluno per eseguire gli accertamenti del caso e ricostruire con precisione la dinamica.
La vicenda che si é consumata a Belluno, purtroppo, non é un caso isolato. Episodi simili avvengono spesso. Si tratta di un fenomeno globale che porta il nome di “selfie death”.
Il termine indica quella serie di decessi provocati da un comportamento pressoché rischioso assunto con lo scopo di ottenere uno scatto perfetto. Nel tentativo di ottenere la foto perfetta, spesso si sottostima la pericolosità nell’eseguire determinate azioni, che in molti casi conducono alla morte.
Si stima che la maggior parte delle selfie deaths avvengano in India, Russia, USA e Pakistan.
Le circostanze? Simili e sempre rischiosissime. Selfie scattati presso dirupi, cascate, binari dei treni, con armi che da cui accidentalmente partono colpi o ancora mentre si è alla guida. Sono sempre set pericolosissimi a fare da cornice ai Killfies (termine derivante dalla fusione tra kille e selfie).
Secondo il premio nobel Daniel Kahneman, la cui dipartita risale all’anno scorso, in questi casi entra in gioco il ‘sistema uno’ del pensiero umano del quale si parla approfonditamente nel bestseller “Pensieri lenti e veloci”. Si tratta del processo decisionale immediato che guida le decisioni istintive, incluse quelle rischiose che possono portare a morire per una fotografia.
Ma non si tratta solo di una questione di impulsività. Lodha e De Sousa – la prima, una psicologa clinica e la seconda, una psichiatra operativa in India – hanno teorizzato come i selfie siano strumenti validi di espressione e connessione sociale. Ma, in certi casi, quando la necessità di mostrarsi diviene disfunzionale, spesso può celare problematiche più profonde tra cui scarsa autostima – dalla quale deriva il bisogno di validazione sociale – tendenze narcisistiche, dismorfofobia, FOMO (Fear Of Missing Out) e isolamento.
Molti spesso tirano il ballo il mito di Narciso, il ragazzo che si é innamorato del suo riflesso. Ma secondo Maddox, questa lettura è anacronistica e superata: per i nativi digitali, i social sono parte integrante di sé e della loro quotidianità. Non é mera vanità, piuttosto la costruzione di sé come brand, in una logica di “micro-celebrità” in cui il valore si misura dalla quantità di like o follower che si hanno, il cosiddetto sé quantificato. Le selfie deaths hanno portato alla nascita di un movimento, il Selfie to die for, che si occupa di sensibilizzare sui rischi di spingersi troppo oltre solo per una foto.
Solo un mese fa, a Cuorgné, dei ragazzi tra i 13 e 16 anni sono stati sorpresi a salire sui tetti di alcune case solo per scattarsi dei selfie “spettacolari” con la finalità di postarli sui social. In questi casi non vi é alcuna contezza della pericolosità di un’azione del genere. La sindaca del posto, Giovanna Cresto, aveva diffuso un comunicato in proposito: “In questi giorni abbiamo ricevuto diverse segnalazioni di comportamenti pericolosi da parte di ragazzi che si infiltrano in edifici abbandonati, proprietà private mettendo a rischio la vita per uno scatto dal tetto di un edificio in rovina”. Ma se in alcuni casi si riesce a bloccare tali pratiche sul nascere, in altri, purtroppo, si assiste ad un triste epilogo.
Nel mese di febbraio, una turista russa, Olga Perminova, é morta in in Sri Lanka mentre tentava di farsi scattare una fotografia suggestiva sporgendosi fuori dal vagone del treno in cui stava viaggiando. La donna, calandosi eccessivamente indietro, non si é accorta della presenza di una roccia che sporgeva dai binari, che l’ha colpita in pieno. Nel 2019, una ragazzina di soli 15 anni, Karina Baymukhambetova, é stata travolta da un treno merci a Orsk, in Russia, nel tentativo di scattarsi un selfie sui binari. Simile destino é toccato l’anno scorso a una donna di 29 anni, in India. Dulce Alondra García Hernández, é morta nel tentativo di scattarsi una fotografia mentre passava lo storico treno “La Emperatriz”, avvicinandosi eccessivamente alla locomotiva.
Qualche anno fa, una giovane guida turistica, Olesya Suspitsyna, è morta precipitando da un dirupo presso il parco turco di Duhan. La ragazza si era allontanata dalla recinzione di sicurezza per farsi una foto, scivolando e compiendo un volo di 35 metri, che ha decretato la fine della sua vita.
Nel parco naturale di Yosemite, ci sono state numerose morti per questa ragione. Un ragazzo di 18 anni, Tomer Frankfurter, ha perso l’equilibrio mentre cercava si scattarsi una foto, cadendo dal dirupo. Stessa sorte hanno avuto altri tre ragazzi nel 2011. O ancora, nel 2023, l’acrobata Remi Lucidi, é caduto dal 68esimo piano di un grattacielo, la Tregunter Tower ad Hong Kong, nel tentativo di scattarsi una fotografia sensazionale.
Queste sono solo alcune delle morti causate dal desiderio di scattarsi un selfie che sia il più possibile accattivante e d’impatto.
É importante non banalizzare i selfiedeath definendoli semplici incidenti.
Spesso tali morti sono frutto di un sistema che spinge l’individuo a fare e mostrare sempre di più e sempre meglio. Anche quando ciò comporta l’esposizione ad un pericolo reale, anche a costo della propria vita.
Dietro ogni fotografia scattata in situazioni di pericolo, spesso e volentieri si nasconde il desiderio di essere visti, riconosciuti, apprezzati.



