Ragazzi ritirati, famiglie allo stremo: cresce il fenomeno Hikikomori

mercoledì, 16 Luglio 2025
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Sempre più adolescenti si chiudono in casa, rinunciano alla scuola e al contatto umano. Le famiglie, spesso impreparate, si trovano sole ad affrontare un dramma silenzioso. La storia di Dario, 15 anni, aiuta a capire cosa succede quando si smette di uscire. E cosa può aiutare davvero.

Dario ha 15 anni, vive a Legnano, e da oltre un anno ha smesso di uscire dalla sua camera. Ha tagliato i ponti con il mondo esterno, compresa la scuola. Un caso di ritiro sociale, quello che in Giappone viene chiamato Hikikomori. Una parola che racchiude migliaia di storie di adolescenti italiani, in silenzioso isolamento.

I genitori, Gianluca e Ada, nomi di fantasia, raccontano il percorso difficile e doloroso che li ha portati a riconoscere la realtà, a chiedere aiuto e a capire, a loro spese, cosa funziona e cosa no.

«Fino alle elementari era un bambino solare», racconta il padre. Ma alle medie qualcosa si rompe: pochi amici, forse episodi di bullismo, mai confermati dal figlio. Il primo rifugio di Dario diventano i videogiochi. Trascorre notti sveglio davanti allo schermo, accumulando sonno e assenze. I genitori reagiscono come possono: punizioni, minacce, il ritiro del computer e del telefono. Una decisione drastica, presa in un momento di esasperazione. Ma, col senno di poi, rivelatasi un grave errore.

Il computer non era solo intrattenimento. Era l’unico ponte rimasto tra Dario e il mondo. «Aveva stretto amicizie online, con ragazzi in situazioni simili alla sua, sparsi per l’Italia. Togliergli tutto lo ha isolato ancora di più». La famiglia precipita. Le tensioni in casa crescono, anche col fratello maggiore.

Dario ha crisi d’ira, urla, rompe oggetti, una volta alza le mani. Il punto più basso arriva quando il padre chiama il 118. «Vederlo andar via in ambulanza, insultandoci, è stato devastante».

Dopo un tentativo di mediazione, i genitori ridanno a Dario il computer, chiedendogli in cambio di tornare a scuola. Lui accetta. Ma al primo rientro viene subito interrogato e prende un 3. È l’ultimo giorno che mette piede in classe.

Secondo Hikikomori Italia, l’associazione che da anni segue questi casi, in Italia ci sono tra i 100 e i 200 mila giovani in ritiro sociale conclamato. Le famiglie coinvolte sarebbero mezzo milione. A livello ufficiale, due studi (CNR e ISS) stimano 50-60 mila casi tra gli 11 e i 19 anni, ma solo nella fase iniziale: ragazzi che vanno a scuola ma poi non escono più di casa, nemmeno d’estate.

Gianluca e Ada non si arrendono. Iniziano una terapia psicologica privata, l’unica strada possibile, poiché i servizi pubblici sono spesso assenti o impreparati. Ma i costi sono alti, e il percorso lento. Scoprono i gruppi di mutuo aiuto dell’associazione Hikikomori Italia. E infine entrano in contatto con “Segmenti Consapevoli”, un progetto della cooperativa Stripes, sostenuto da Fondazione Cariplo e attivo tra Legnano, Magenta, Castano Primo e Abbiategrasso.

Il progetto ha individuato 84 ragazzi tra gli 11 e i 19 anni già ritirati, di cui 67 ora seguiti da psicologi ed educatori. In parallelo, ha raggiunto oltre 700 giovani che mostrano segnali precoci di disagio, cercando di agire in anticipo. L’obiettivo? Intervenire nei primi sei mesi, prima che il ritiro diventi una condizione cronica.

«Il ragazzo va mantenuto nella scuola il più possibile – spiega Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia – magari con interrogazioni programmate e percorsi personalizzati. L’home schooling, se non gestito bene, rischia di aggravare l’isolamento».

Oggi Dario è ancora ritirato, ma ci sono spiragli. Uno psicologo lo incontra fuori dalla sua porta, in attesa che accetti un dialogo. Un educatore gli scrive regolarmente. Dario ha ricominciato a usare il computer e a sentire gli amici online.

Una volta è anche uscito, senza dirlo, per andare a trovare i nonni. Ha ripreso lezioni di pianoforte con l’insegnante di quando era bambino. E, a tavola, ha accettato di mangiare di nuovo con la famiglia.

«Abbiamo capito che il nostro ruolo non è essere suoi amici, ma suoi genitori – raccontano oggi Gianluca e Ada –. Serve dargli fiducia, ma anche confini. Pensavamo di essere una famiglia normale, invece abbiamo dovuto cambiare per aiutarlo».

Per molti ragazzi, oggi, il mondo là fuori è percepito come ostile. Modelli irraggiungibili, aspettative troppo alte, paura del giudizio. E allora si chiudono. Non per sfuggire, ma per proteggersi. Comprendere questo è il primo passo per aiutarli, Anche se la strada, come è chiaro, è ancora molto lunga.

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