Una nuova analisi del DNA riapre il fascicolo sul più inquietante mistero criminale italiano: il caso del Mostro di Firenze. A rimescolare le carte è la rivelazione che Natalino Mele, il bambino miracolosamente scampato alla prima delle stragi, non sarebbe figlio di Stefano Mele – l’uomo condannato per l’omicidio della moglie Barbara Locci e del suo amante Antonio Lo Bianco nel 1968 – ma di Giovanni Vinci, uno dei tre fratelli sardi finiti più volte nel mirino degli investigatori, senza mai essere formalmente accusato. E mentre le indagini riprendono forza, Netflix si prepara a presentare al prossimo Festival del Cinema di Venezia una serie-evento sul Mostro, che promette di rilanciare l’interesse globale su uno dei cold case più oscuri.
Mostro di Firenze, dall’esame del Dna un legame di sangue mai scoperto prima
Il test genetico che ha cambiato la narrazione arriva da uno dei massimi esperti italiani del settore, il professor Ugo Ricci che già si è occupato di isolare il dna di Andrea Sempio sotto le unghie di Chiara Poggi per la nuova indagine sul delitto di Garlasco, e certifica che Natalino è figlio biologico non del muratore condannato, ma di Giovanni Vinci, emigrato dalla Sardegna come la stessa Locci. Il nome di Giovanni non era mai comparso tra gli indagati ufficiali, pur essendo fratello di Salvatore e Francesco Vinci, entrambi coinvolti nelle prime piste investigative e citati più volte nei verbali delle indagini come amanti della donna.
L’esito dell’esame è emerso dopo la comparazione tra il DNA di Natalino, oggi 64enne, e quello di un discendente di Salvatore Vinci. Una scoperta che getta nuove ombre su quel primo omicidio avvenuto a Lastra a Signa, da sempre ritenuto un episodio isolato solo da parte della giustizia, ma balisticamente collegato agli otto duplici omicidi avvenuti tra il 1974 e il 1985.
La cronaca di quella notte
Quella sera d’estate del 1968 Barbara Locci e il suo amante erano andati al cinema. Terminata la proiezione, si erano appartati in auto, mentre il figlio di lei dormiva sul sedile posteriore. Quando qualcuno aprì il fuoco, i due adulti morirono all’istante. Il piccolo Natalino si salvò. Poche ore dopo, venne trovato davanti alla porta di un’abitazione vicina, senza apparenti segni di trauma. Disse che la madre era morta, che il padre era malato. Ma il punto resta: fece quel tragitto da solo o qualcuno lo accompagnò? Una risposta che né lui né gli inquirenti sono mai stati in grado di fornire.
Stefano Mele, mentalmente fragile e incapace di fornire una versione coerente dei fatti, venne condannato con attenuanti per “delitto d’onore”. In aula accusò a tratti gli amanti della moglie, incluso Francesco Vinci. Oggi, con la scoperta che il vero padre di Natalino era Giovanni, si riaprono interrogativi mai chiusi: il killer di quella notte sapeva dell’identità del bambino? E perché lo risparmiò? Una circostanza inquietante che, secondo gli investigatori, potrebbe gettare nuova luce sul modus operandi del Mostro. Non solo un assassino spietato, ma forse un uomo consapevole dei legami personali delle sue vittime. Forse persino coinvolto in prima persona.
Pietro Pacciani, condannato in primo grado e poi assolto, non era il vero Mostro per Natalino: “Non era uno capace di muoversi nell’ombra. Faceva rumore, si faceva notare. Invece chi ha commesso quegli omicidi era freddo, lucido. Sapeva dove colpire e come sparire senza lasciare tracce. C’era qualcuno dietro, qualcuno in alto”.
Netflix e il megafono mediatico: la serie tv a Venezia può scatenare interesse come il documentario su Emanuela Orlandi?
A riportare il caso sotto l’occhio dell’opinione pubblica è anche la nuova serie prodotta da Netflix, pronta per essere svelata in anteprima fuori concorso alla prossima Mostra del Cinema di Venezia. Un’opera che si preannuncia più di una semplice serie tv: un’indagine cinematografica che partendo dall’analisi, materiali d’archivio e interviste, porterà in tutto il mondo il caso con la regia di Stefano Sollima.
Ma il suo impatto andrà oltre lo schermo? È lecito chiedersi se, come accaduto per il caso di Emanuela Orlandi – che proprio grazie a un documentario targato Netflix tornò al centro del dibattito pubblico, fino alla riapertura delle indagini da parte della Santa Sede e della Procura di Roma – anche il Mostro di Firenze possa beneficiare di un nuovo slancio investigativo. Sarà questa l’occasione per rimettere insieme i pezzi di un puzzle che, da quasi sessant’anni, l’Italia non riesce ancora a ricomporre? Il cold case più indecifrabile intanto è riaperto.



