Nel luogo in cui la fame é divenuta moneta quotidiana e la dignità una chimera, piovono casse dal cielo.
Nella giornata di ieri, le forze armate israeliane hanno autorizzato la ripresa dei lanci di aiuti umanitari a Gaza.
La Giordania e gli Emirati Arabi Uniti hanno messo a disposizione i propri aerei. Ma non é ancora stato deciso quando potranno decollare anche se una cosa é certa: quelle casse di farina, olio e lenticchie che pioveranno dal cielo non raggiungeranno tutti. Qualcuno rimarrà senza.
E non solo. Nel mese di marzo ben cinque persone sono morte schiacciate da una cassa umanitaria il cui paracadute non si é aperto in tempo. Questo ha messo in luce un’aspetto drammatico: a Gaza, anche un aiuto può essere fonte di morte. “Meglio di niente” replicherebbero i palestinesi, che stanno soffrendo una vera e propria carestia. Gli stessi che ogni giorno mettono a rischio la propria vita per ottenere un pasto dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF): hanno appena 15 minuti di tempo, poi la distribuzione si conclude. Una volta avviata, si gioca alla lotteria della sopravvivenza tra spintoni e fucili costantemente puntati addosso dai cecchini che sorvegliano la zona.
Inoltre, non si conosce mai in anticipo l’orario di apertura, il che obbliga migliaia di individui a piazzarsi nei pressi dei centri tutto il giorno.
Intanto, Israele nega la fame sostenendo che la crisi alimentare sarebbe mera propaganda, una narrazione propinata dei terroristi di Hamas volta a influenzare l’opinione pubblica internazionale, aggiungendo: “Non è un caso che il fantasma della fame sia emerso in una fase topica delle trattative per il cessate il fuoco. È solo uno strumento di pressione sull’opinione pubblica internazionale”.
Non é d’accordo Nir Hasson, giornalista israeliano che ha pubblicato sul quotidiano Haaretz un articolo che porta il nome “la matematica della fame”.
Hasson ha raccontato come l’organizzazione israelo-americana che ha rimpiazzato l’Onu si vanti dei suoi successi. Ma, come documentato dalla GHF, in 56 giorni sono stati distribuiti 85milioni di pasti.
Cosa risponde la matematica della fame? 2,1milioni di palestinesi che mangiano regolarmente – cioè tre volte al giorno – dovrebbero aver ricevuto in 56 giorni 353milioni di pasti. Non 85milioni, che rappresenta un numero in apparenza imponente, ma in sostanza insufficiente.
Dunque si può asserire che seppure avessero consumato un solo pasto al giorno, sarebbero serviti 117,6milioni di pasti. Ciò significa che non é stato raggiunto nemmeno il fabbisogno minimo.
Ma non é finita qui. Hasson ha poi argomentato che nelle casse distribuite dalla GHF vi sono alimenti come farina, lenticchie, riso, pasta, ceci, patate. Insomma, tutti alimenti che richiedono cottura e acqua per essere consumati. Ma a Gaza, purtroppo, non c’é questo lusso: mancano l’acqua, il gas e la legna per cucinare.
Risultato? Non si é in grado di cucinare. A ciò si somma il fatto che in molti hanno perso le stoviglie, in quanto costretti a spostarsi in fretta e all’improvviso per via degli ordini di evacuazione diffusi dall’esercito israeliano.
Ed é così che spesso si rimane affamati, con un pugno di viveri in mano e la corsa alla sopravvivenza prosegue e si ripete ogni giorno. Ma sono i disabili e anziani i primi ad essere esclusi da questa.
Non riescono a parteciparvi, dimostrando che per alcuni la realtà può essere anche peggiore.
La verità é che i soggetti fragili sono esclusi in partenza dai rifornimenti e lo saranno anche dalle casse di cibo che dovrebbero essere lanciate nei giorni a venire.
Vuoi perché siano fragili, impauriti, lontani da uno dei quattro centri o non posseggano i giusti mezzi per poter consultare la pagina Facebook nella quale la Ghf, solo a volte, annuncia gli orari di apertura.
Anche se adesso farlo pare inutile. Nelle primissime settimane il post Facebook mirato a segnalare l’apertura arrivava la notte per la mattina seguente ma ultimamente arriva solo nella mezz’ora precedente, quando i palestinesi risultano essere in coda già dal giorno prima, generando così file lunghe oltre otto chilometri.
Un’attesa umiliante in una fila costeggiata da escrementi per via della totale assenza di servizi igienici, sotto il picco del sole e attraversando zone militarizzate come il Corridoio di Netzarim, che il corpo israeliano mantiene libero a colpi di fucile.
Inoltre, sugli individui planano droni che non esitano ad aprire il fuoco se sussiste il sospetto di aver identificato un’attivista di Hamas. Dalla nascita della GHF, le vittime collaterali sarebbero già più di 1.000.
Dopo ore di attesa e chilometri percorsi ci si addentra in un tunnel contornato da reti metalliche dal quale non si può uscire.
Si giunge poi al checkpoint con i fucili puntati addosso e, finalmente, i cancelli vengono aperti.
Nel mezzo di un piazzale recintato, con innumerevoli cecchini intorno, è ammassato il cibo. Dopo pochissimi minuti in una lotta disperata ad accaparrarselo, i pacchi finiscono. Chi non é riuscito a prenderne nemmeno uno é costretto ad aspettare i pochi minuti concessi il giorno successivo.
Il World Food Programme ha dichiarato che la crisi alimentare ha raggiunto “nuovi e sorprendenti livelli di disperazione, con un terzo della popolazione che non mangia da diversi giorni consecutivi”. Il numero di bambini deceduti per via della totale e prolungata mancanza di nutrizione é aumentato vertiginosamente. In un raro intervento pubblico il Re Filippo del Belgio, ha condannato duramente gli abusi umanitari a Gaza etichettandoli come “una vergogna per l’umanità”.
La fame si configura come l’ultima micidiale arma impiegata contro i palestinesi a Gaza.



