Abbiamo finito le risorse della Terra? In realtà no…

domenica, 27 Luglio 2025
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Ogni anno, puntuale come una litania da social, arriva la nuova scadenza dell’Earth Overshoot Day — pardon, il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra, per chi non ama buttarsi in inglesismi da conferenza stampa ONU.

Quest’anno, l’immagine virale arriva da L’Espresso: una distesa brulla e carbonizzata, con la frase ad effetto “la Terra ha esaurito tutte le risorse dell’anno”. Ma davvero da oggi viviamo a debito con il pianeta? Davvero siamo senza “risorse naturali”? In realtà assolutamente no.

E sarebbe ora di smettere di prendere per oro colato slogan costruiti più per colpire che per spiegare.
Non esiste un “conto corrente ambientale”, un concetto puerile, se non ridicolo, lontano da quella “scienza dei dati” tanto cara a qualcuno.
L’idea che il Pianeta finisca le sue risorse il 27 luglio come un conto in banca che si svuota è una finzione semantica. La Terra non è un dispositivo elettronico che si scarica: è un sistema dinamico, capace di rigenerare energia, biomassa, suolo, acqua. Dire che da oggi “viviamo a debito” è una metafora suggestiva, ma fuorviante.
E soprattutto: non è una misura oggettiva. È un claim, come si dice oggi nei comunicati stampa dal tono eco-drammatico. Ma dietro il “claim” spesso c’è poco più che una stima approssimativa.
Il calcolo dell’Overshoot Day (l’inglesismo non può mancare) arriva da una ONG americana (il solito gioco, si prende uno studio che piace e lo si veicola furiosamente), il Global Footprint Network, che utilizza un modello pieno di assunzioni discutibili:
• Tiene conto delle emissioni di CO₂, ma ignora o sottostima la capacità reale degli ecosistemi di assorbire carbonio.
• Applica medie globali che non distinguono tra chi inquina e chi investe nell’efficienza.
• Non considera i progressi in innovazione, economia circolare e transizione tecnologica.
È un modello, non una verità rivelata. E come ogni modello, dipende dalle ipotesi. Anzi: dipende da quale narrativa si vuole sostenere.
L’intento è chiaro: veicolare un’idea di “decrescita necessaria”, ovvero che siamo condannati a consumare troppo e quindi dobbiamo rallentare. Ma la realtà è ben più articolata.
La storia recente dimostra che:
• Il benessere e l’uscita dalla povertà passano anche attraverso l’uso delle risorse.
• Le nuove tecnologie aumentano la produttività senza necessariamente distruggere l’ambiente.
• L’energia, l’acqua, l’agricoltura non sono “finite”: possono diventare più intelligenti.
Quella che serve non è l’autoflagellazione, ma una visione industriale e innovativa della sostenibilità.
Il problema di questa retorica è che induce al fatalismo. Ogni anno si anticipa il “giorno del giudizio climatico” e si dà al pubblico la sensazione che sia già troppo tardi. È il modo più sicuro per spegnere la motivazione all’azione. Serve invece un messaggio costruttivo, serio:
• Investiamo in innovazione, non in narrazione.
• Premiamo le filiere produttive virtuose, non quelle che fanno solo storytelling.
• Riduciamo l’impatto, ma senza mitologie primitiviste.
Il Pianeta non ha finito le risorse. Abbiamo finito, forse, la voglia di ragionare.
Se vogliamo davvero parlare di ambiente, facciamolo con dati, analisi e visione industriale, non con immagini tragiche e inglesismi trendy che fanno scena nei post su Instagram.

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