E mentre dalla Striscia si continua a resistere ogni giorno le ultime di oggi riguardano il fronte aiuti umanitari. Israele riaprirà parzialmente il commercio privato con Gaza per ridurre la sua dipendenza dagli aiuti internazionali, questo quanto ha dichiarato oggi l’organismo del ministero della Difesa che coordina le attività governative nei territori palestinesi (Cogat). All’indomani del terribile dietro front sulla tregua da parte del premier israeliano Nethanyau, sono molte le organizzazioni internazionali che hanno reagito ai duri dictat di Israele e fanno da cassa di risonanza con attività di sensibilizzazione su larga scala. Dalle grandi organizzazioni umanitarie ai movimenti di quartiere e alle occasioni comuni di aggregazione per formare una comunità internazionale in difesa e a supporto del popolo di civili palestinesi tenuto sotto scacco da Israele. Abbiamo incontrato Voci per la Palestina un’iniziativa che utilizza l’arte e la musica per sostenere la causa palestinese e sensibilizzare sull’occupazione israeliana e le violazioni dei diritti umani nella regione. Un movimento nato dal basso, che coinvolge artisti, associazioni e cittadini impegnati nella solidarietà con il popolo palestinese. Abbiamo avuto il piacere di raggiungere Chiara Pancaldi una delle responsabili e ideatrici del movimento.
La comunità internazionale è parzialmente divisa sulla questione palestinese, forte è la responsabilità delle super potenze e dei paesi occidentali in questo momento su quanto è in corso a Gaza. Tuttavia molto si sta muovendo, per esempio l’Australia ha appena finanziato 130 milioni di dollari in aiuti umanitari per le popolazioni della Striscia, ma non basta. Qual’è il vostro punto di vista e la mission della vostra organizzazione per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla causa?
Innanzitutto, ciò che sta accadendo a Gaza non possiamo definirlo una guerra. Quello in corso è, a tutti gli effetti, un genocidio. Si tratta di un attacco sistematico e indiscriminato contro una popolazione civile, che da decenni vive sotto occupazione militare, isolamento forzato e privazione dei diritti fondamentali. La Striscia di Gaza è sotto blocco aereo, marittimo e terrestre da oltre 15 anni, imposto da Israele con il sostegno attivo o complice di molte potenze occidentali. I palestinesi di Gaza sono stati privati della libertà di movimento, dell’accesso alle cure, all’istruzione, all’acqua potabile e all’elettricità. E se oggi Gaza vive un dramma umanitario senza precedenti, non possiamo dimenticare cosa accade anche in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Ciò che vediamo oggi è il risultato di politiche sistematiche portate avanti per decenni, non solo dall’attuale governo israeliano di estrema destra, ma da una lunga serie di governi, con il sostegno attivo degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e dell’Occidente tutto, che non ha mai veramente messo in discussione la sua infausta vocazione colonialista. Secondo il diritto internazionale, Israele è considerata potenza occupante nei territori palestinesi (Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza). I palestinesi hanno diritto all’autodeterminazione e, laddove essa venga negata, hanno diritto a resistere all’occupazione, nel rispetto del diritto internazionale umanitario. Tutto questo ovviamente non giustifica il terribile massacro del 7 ottobre compiuto da Hamas, ma lo contestualizza: non è un evento nato dal nulla, ma il frutto di decenni di oppressione, assedio e ingiustizia. Tornando su Gaza, non si può continuare a parlare di “due parti in conflitto” quando una delle due è una potenza militare dotata di tecnologie avanzate, che agisce con impunità contro una popolazione disarmata e sotto occupazione. Questa narrazione è falsa e pericolosa, e sentiamo il dovere di contrastarla.
La comunità internazionale secondo lei sta reagendo ai dictat ostinati di Israele?
Quanto al tardivo risveglio della comunità internazionale, si tratta di segnali deboli, insufficienti, totalmente inadeguati di fronte alla portata della catastrofe in corso. Oggi gli aiuti umanitari vengono gestiti quasi esclusivamente attraverso canali controllati da Israele, cioè dalla stessa potenza responsabile del disastro. I punti di distribuzione sono spesso diventati trappole mortali. E tutto ciò continua nonostante le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia, che ha riconosciuto il rischio plausibile di genocidio e chiesto misure immediate per proteggere la popolazione civile.Occorrevano — e occorrono ancora — sanzioni, pressioni diplomatiche reali, protezione internazionale per i civili. Serve coraggio politico. Serve verità. La nostra missione, in questo contesto, è creare una rete culturale e artistica che rompa il silenzio complice, che restituisca all’arte il suo ruolo di resistenza. Vogliamo che artiste e artisti si uniscano per dare voce al dissenso, per riattivare una coscienza collettiva e per costruire comunità. Promuoviamo informazione, mobilitazione e soprattutto le pratiche di boicottaggio secondo le campagne BDS, che rappresentano una forma di lotta non violenta e consapevole.Sentivamo la necessità di reagire, di farci vedere e sentire, di creare una presenza visibile e contagiosa. A volte basta una sola voce che apre una porta, perché molte altre trovino il coraggio di seguirla. E questo “NO” collettivo può diventare forza, speranza, azione.
Raccolte fondi, eventi e manifestazioni ma soprattutto l’ambito social è il vostro fiore all’occhiello per alzare la voce in coro e farvi portavoce delle sofferenze subite dal popolo palestinese. In che modalità fate passaparola? Ce lo può spiegare?
La nostra modalità è semplice ma potente: esserci, metterci la faccia, costruire relazioni. Da artiste, siamo partite proprio dal nostro ambito perché ci sembrava incredibile il silenzio assordante del mondo artistico italiano su quanto stava (e sta) accadendo in Palestina. Voci Per La Palestina nasce da un sentimento che io, Simona Parrinello, e Ada Montellanico, abbiamo condiviso: il rifiuto profondo di cedere a una sensazione di solitudine, di impotenza, e di assenza di speranza. Crediamo che recuperare invece un senso di collettività e di condivisione possa dare forza a ciascuno di noi, e ci aiuti verso azioni concrete. Viviamo in un mondo che si nutre di individualismo e di paure, ma l’arte parla di altro: parla di speranza, di bellezza, di condivisione, e parla della possibilità (per che chi fa arte e per chi la fruisce) di abitare uno spazio che vada oltre al proprio “io” e che possa, in qualche modo, trascendere. Noi crediamo che la bellezza, che cerchiamo con il nostro lavoro quotidiano, nel nostro piccolo, non debba solo dare sollievo, bensì, in tempi come questi, abbia anche il compito di risvegliare un senso profondo di umanità, di empatia e di compassione, nel senso letterale del termine. La bellezza commuove e ci aiuta a sentire il dolore dell’altro, per non restare anestetizzati di fronte al continuo scorrere di immagini di orrore. Il nostro obiettivo è unire le tante realtà frammentate, amplificare ogni gesto e trasformarlo in un’onda collettiva. Vogliamo creare un effetto domino, un senso di appartenenza e di coralità che diventi visibile e, speriamo, anche politicamente rilevante.
Anche l’Italia parteciperà alla cordata di aiuti per Gaza e da quanto annunciato dal ministro della Difesa Crosetto dal mese di Agosto è in atto una distribuzione di aiuti a favore della popolazione civile nella Striscia. Qual è il suo parere in merito a questa iniziativa del governo italiano?
Gli aiuti italiani per Gaza sono stati annunciati come supporto via aerea. Ma come sottolineano da mesi l’ONU e le organizzazioni umanitarie presenti sul campo, questo tipo di aiuto è tra i meno efficaci: non solo non basta, ma può addirittura aggravare la situazione. Gaza è una zona devastata. Le infrastrutture sanitarie sono state distrutte, i valichi sono chiusi. Senza corridoi terrestri sicuri e costanti, non è possibile salvare vite. Eppure, dopo mesi di appelli, nulla di tutto ciò si è realizzato in modo strutturato. Ci saremmo aspettate dal nostro governo un intervento più serio, coordinato e responsabile. Non si può davvero parlare di aiuti umanitari quando con una mano si mandano pacchi di cibo e con l’altra si continuano a vendere armi a chi bombarda scuole, ospedali e campi profughi. Chiediamo una posizione chiara e coraggiosa: interrompere ogni forma di cooperazione con Israele, comprese quelle accademiche, economiche e militari. Non bastano gesti simbolici o qualche lancio aereo. È il momento di fermare chi compie il genocidio, non solo di curarne gli effetti collaterali.
Come si fa ad aderire al vostro movimento e quali sono le prossime iniziative che vi vedono coinvolti a livello nazionale?
Aderire è semplice: basta iscriversi a Voci per la Palestina e ad Artists for Palestine Italia. Tutte le istruzioni sono sui nostri canali. Abbiamo appena lanciato la call “Cultura e Arte Disertano il Silenzio – Facciamo Rumore”, ispirata alla chiamata internazionale del 27 luglio di Ultimo Giorno di Gaza. Invitiamo artisti, artiste e spazi culturali – teatri, cinema, festival – a partecipare attraverso due azioni simboliche:
- Interrompere il proprio spettacolo alle ore 22:00 per diffondere la sirena d’allarme realizzata da Alessandro Bergonzoni (come da indicazioni sul nostro canale IG).
- Produrre e condividere video in cui si leggono testimonianze da Gaza, dando voce diretta a chi sta vivendo questa tragedia.
Stiamo lavorando su eventi in tutta Italia, e uno dei momenti centrali sarà il 23 settembre a Bologna, dove ci incontreremo per unire energie, visioni e azioni. Sui nostri social trovate tutti i dettagli per partecipare, scaricare i materiali e aderire alla call.
Link utili: https://linktr.ee/vociperlapalestina – Instagram: https://www.instagram.com/vociperlapalestina



