Gaza, ecco perché si può dire “genocidio”. Anche se Israele si offende…

mercoledì, 6 Agosto 2025
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Gaza, guai a dire che si tratta di genocidio. Le autorità israeliane (e le stesse comunità ebraiche nel mondo) si offendono. E a farne le spese sono gli stessi israeliani. L’altro giorno, per fare un esempio, un deputato della Knesset è stato allontanato a forza dal podio perché ha citato lo scrittore ebreo David Grossman che in una intervista a “la Repubblica” aveva parlato, appunto, di genocidio. 

La questione è certo delicata e si può capire il senso di fastidio israeliano: il popolo ebraico ha subito la Shoah, cioè l’agghiacciante operazione nazista volta a cancellare questo popolo dalla storia. Lo stesso Stato ebraico esiste proprio per offrire un rifugio agli israeliti affinché mai più questo popolo venga perseguitato nel mondo. E aggiungiamo anche che il movimento sionista, pur nato diversi decenni prima l’avvento del nazismo, fu concepito dal fondatore Teodor Herzl per consentire agli ebrei di sfuggire all’antisemitismo che montava pericolosamente in Europa nella seconda metà del XIX secolo. Nella visione di Herzl stesso non agiva solo l’influenza dell’idea di identità etnico-nazionale propria dell’800, c’era anche il timore di possibili, futuri massacri.

Quindi, per gli israeliani e più in generale per gli ebrei, si tratta di una parola, genocidio, che evoca memorie tristi e angosciose e che rimanda direttamente al tema dell’”unicità” dell’Olocausto. Per cui, senso di civiltà e sensibilità umana impongono di non usare con disinvoltura questa parola, come invece fanno con troppa leggerezza esponenti e militanti della sinistra pro-pal, a scopo di mera polemica politica e, spesso, celando anche sentimenti antisemiti sotto le mentite spoglie di un generico antisionismo.

Detto questo, non si può però escludere a priori che uno Stato che reca nel proprio Dna l’orrore per lo sterminio subito dal popolo che lo costituisce non possa a sua volta esprimere una teoria e una prassi “genocide” ai danni di un altro popolo.

È il caso di Gaza? Affinché si possa parlare di “genocidio” non bastano la crudeltà dei bombardamenti sulla popolazione o il tentativo di affamare la gente. In questi casi possiamo parlare di atrocità, di massacri, di politica stragista, tutte cose certo infamanti per chi le compie (e non c’è dubbio, in tal senso, che l’immagine di Israele ne risulti seriamente compromessa), ma, per parlare di pulizia etnica e del tentativo di cancellare un popolo dalla faccia della terra, occorre anche una “volontà” diretta a tale scopo, occorre cioè che i massacri ai danni dei civili siano l’attuazione di un disegno politico-ideologico volto allo sterminio. Alcuni esempi chiariranno il concetto. Pensiamo ai selvaggi bombardamenti alleati sulla Germania alla fine della Seconda guerra mondiale (l’evento simbolo è la distruzione di Dresda). Oppure pensiamo alle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (di cui ricorre oggi il triste anniversario). Oppure ancora pensiamo alle migliaia di tonnellate di bombe americane piovute sul Vietnam del Nord o all’uso del napalm contro i villaggi per stanare i viet-cong. In nessuno di questi casi, per quanto atroci, si può parlare di genocidio perché lo scopo degli anglo-americani (o semplicemente degli americani) non era quello di cancellare dalla faccia della terra il popolo tedesco, quello giapponese e quello vietnamita, ma solo lo scopo di indurre tutti questi popoli alla resa, ancorché parliamo di un obiettivo perseguito con mezzi disumani.

A Gaza, invece, qual è lo scopo degli israeliani? Fino a quale tempo fa pensavamo che si trattasse “solo” di disumanità, di cinismo politico-militare condotto all’estremo, di desiderio insaziabile di “vendetta” per l’orribile pogrom attuato da Hamas il 7 ottobre del 2023. I fatti delle ultime settimane ci danno però l’idea che, effettivamente, ci troviamo di fronte a “prove tecniche” di genocidio da parte di Benjan Netanyahu. Il più rivelatore di questi fatti è l’influenza massiccia e determinate della destra “messianica” sulle scelte del governo di Tel Aviv.

Possibile mai? Possibilissimo. Questa costola della politica israeliana proclama apertamente, sulla base di una lettura escatologica dei testi biblici, la cacciata dei palestinesi, non solo da Gaza, ma anche dalla Cisgiordania, in vista della realizzazione di quella Grande Israele promessa, a loro dire, dai profeti.

E non si tratta di semplici suggestioni ideologico-apocalittiche, ma di una chiave di lettura per capire quanto sta accadendo in questi ultimi tempi. E ci riferiamo, non solo alle bombe sulla popolazione civile di Gaza, ma anche alla ripresa di aggressività dei coloni che occupano abusivamente le terre dei palestinesi, al riconoscimento di queste illegalità da parte delle autorità di Tel Aviv (la Knesset ha recentemente legalizzato 22 occupazioni abusive in Cisgiordania) nonché da diverse, gravi provocazioni politiche, come la recente incursione del ministro Ben-Gvir nella Spianata delle Moschee, a Gerusalemme, per rivendicare la “sovranità” di Israele su un luogo che non le appartiene o che dovrebbe in ogni caso essere considerato “neutrale”. Un atto, quest’ultimo, dal devastante impatto simbolico che la dice lunga sull’egemonia ideologica esercitata dai “messianici”, in questo momento, sull’esecutivo guidato da Netanyahu. E per ultimo ci mettiamo anche la decisione, annunciata l’altro giorno dal premier, di occupare Gaza. E ciò al netto dello scontro di queste ore tra Netanyahu e i vertici dell’esercito, che si sono detti contrari a tale operazione nella Striscia.

Non è dunque arbitrario scorgere, in filigrana, queste queste teorie politiche estreme e queste pulsioni “escatologiche” nella disumana politica attuata dal governo di Tel Aviv nella Striscia. Ma, se è così, dobbiamo necessariamente concludere che le atrocità che funestano Gaza presentano un carattere “genocida”: nel senso che si vuole cancellare la presenza del popolo palestinese da quella terra.

Non è una questione terminologica o formale, ma un fatto sostanziale. Perché, finché tutto rimane confinato nell’ambito del cinismo politico, per quanto duro e criminale questo possa essere, si può sempre arrivare a un accordo. Ma, quando c’è di mezzo la guerra dettata da motivi religiosi, è fatale sfociare in una logica di sterminio. E, in questo caso, trovare una soluzione diventa un’operazione ardua, molto ardua, praticamente impossibile. Tutto, a questo punto, passa per la capacità di reazione della società israeliana a simili derive, al di là di quello che si può ottenere con la pressione internazionale. Mai, come in questo momento, c’è da “tifare” per i laici di Israele.

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