Il cantiere delle pensioni non chiude mai. Anzi, oggi ribolle come non mai. Sul tavolo del governo ci sono ipotesi che promettono di cambiare la vita di milioni di italiani: addio a Quota 103, l’esperimento che aveva permesso di lasciare il lavoro con 62 anni d’età e 41 di contributi, e arrivo di una nuova Quota 89 che sposta l’asticella più in alto – 64 anni di età e 25 di contributi, destinati a diventare 30 già dal 2030. Un giro di vite che racconta una sola cosa: la pensione torna ad allontanarsi, soprattutto per chi ha carriere discontinue.
Ma non è finita. Sul piatto c’è anche una possibile rivoluzione del TFR: l’ipotesi è quella di renderne obbligatoria la destinazione ai fondi pensione complementari, un “silenzio-assenso” che trasformerebbe il risparmio accumulato in benzina per la previdenza privata.
E poi la CISA, la nuova creatura a cui sta pensando il governo: una sorta di “cassa integrata” delle politiche assistenziali e previdenziali, un contenitore unico in cui far confluire sussidi, ammortizzatori e parte delle pensioni sociali. L’obiettivo? Razionalizzare la spesa e liberare risorse, ma con il rischio – temuto dai sindacati – di comprimere diritti consolidati e di spostare equilibri delicatissimi.
In parallelo l’INPS alza l’asticella: dal 2027 serviranno 43 anni e un mese di contributi per accedere al pensionamento anticipato. Una soglia che rischia di essere proibitiva per i giovani, le donne, le partite IVA, tutti coloro che vivono carriere spezzettate tra contratti a termine e periodi di inattività.
Il quadro è chiaro: senza nuove misure si rischia un ritorno alla legge Fornero nella sua versione più dura. Uno scenario che riapre il dibattito eterno: pensione come diritto universale o come privilegio per pochi che ce la fanno a resistere fino in fondo?
Intanto i numeri corrono veloci: i fondi pensione complementari hanno ormai superato i 243 miliardi di euro di patrimonio, con quasi 10 milioni di iscritti. Un tesoro che cresce ogni anno e che lo Stato guarda con interesse, nella convinzione che il futuro non potrà reggersi solo sulla previdenza pubblica.
Dunque, cosa bolle davvero in pentola?
Un menù dal gusto agrodolce: pensioni più lontane, requisiti più severi, la tentazione della CISA come grande cassaforte assistenziale, e la promessa – non per tutti credibile – di rendimenti privati in grado di integrare ciò che il pubblico non garantirà più.



