La sfida di Xi è seria. Occidente, se ci sei batti un colpo

mercoledì, 3 Settembre 2025
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Ci sono momenti della storia in cui non ci si può nascondere dietro dubbi incapacitanti. Bisogna scegliere da che parte stare, senza se e senza ma. Quello che stiamo vivendo attualmente è uno di questi momenti. Perché la sfida lanciata oggi da Xi Jinping nella grande parata militare a Pechino è una roba seria. E, quello che ci ostiniamo a chiamare Occidente, non può fare finta di niente.

Lo show allestito dal capo supremo cinese a piazza Tienanmen ha tutta l’aria di una sfida all’emisfero Ovest della Terra. Xi si è presentato vestito da Mao Zedong con accanto Vladimir Putin (soprannominato “lo zar”) e Kim Jong-un (soprannominato a sua volta “Ciccio Kim”). Ma non c’è molto da ridere. Perché l’intensità simbolica di questa immagine è fortissima. E decisamente inquietante. Sa di rivincita sulla guerra fredda. Xi-Mao ci ricorda che la Cina è stata per decenni la più potente alternativa ideologica alla nostra società. Putin è l’erede dell’impero sovietico, dallo “zar” rimpianto solo sotto l’aspetto geopolitico (ma è già tanto, anzi troppo). Kim è invece il “cane pazzo” che può dare fuoco al mondo, una minaccia certo virtuale se non addirittura fantapolitica, ma che agita comunque il lato catastrofista del nostro immaginario.

Ma non meno inquietanti sono le parole pronunciate dal leader cinese prima di applaudire i missili in parata.  «Il grande rinnovamento della Cina è inarrestabile», sta al resto del mondo l’obbligo di adeguarsi per «vivere in armonia ed evitare che le tragedie della storia si ripetano». Se non è una minaccia questa… Facciamo attenzione, visto che il resto del mondo siamo proprio noi, perché, le potenze amiche dell’Eurasia (India compresa), Xi le ha già compattate nel corso del recente vertice Sco.

Né più rassicurante suona alle nostre orecchie quest’altra affermazione: «Pace o guerra? Dialogo o scontro? Cooperazione che premia tutte le parti o rivalità a somma zero? Oggi l’umanità è di nuovo di fronte a scelte cruciali». Più chiari di così si muore. È un avvertimento in piena regola.

Qualcuno obietterà: l’uomo forte di Pechino non ce l’ha con noi, ma con l’America di Trump. Del resto, ha anche usato parole suadenti, come quando ha dichiarato di puntare a un nuovo sistema di governance mondiale «più equo e stabile».

Non illudiamoci: per noi l’Occidente potrà anche non esistere più, ma per gli “altri” esiste, eccome se esiste. Gli “altri”, a differenza nostra, hanno la memoria lunga. E la Cina, che ragiona in termini “imperiali”, ce l’ha più lunga di tutti. Ancora pensano di cancellare l’onta di quello che nel loro immaginario rimane il “secolo della vergogna”, tra la metà del XIX secolo e la metà del XX, quando il colosso asiatico finì sotto l’egemonia delle potenze occidentali. Per dirne una, i cinesi non hanno affatto dimenticato l’infamia della “guerra dell’oppio” scatenata dalla Gran Bretagna, che ridusse in larve umane una fetta consistente della popolazione del “Regno di Mezzo”.

Xi agisce del resto con astuzia sulle divisioni tra Europa e Stati Uniti e prova a “sedurre” i governi del vecchio continente con il colossale programma infrastrutturale della Via della Seta, una grande rete di comunicazioni che potrà anche farci comodo, ma che renderà la nostra politica estera in vario modo condizionabile del Dragone. D’altra parte, il tutto non sarebbe neanche gratis. Le risorse che impiegherà la Cina per realizzare tale programma dovremo un giorno restituirle.

Poi potremo differenziarci come vogliamo dagli Stati Uniti. Potremo denunciarne l’egemonismo. Potremo osteggiare la politica dei dazi voluti da Trump, metterne anche in rilevo la dabbenaggine, come si è dimostrato nel caso del 50 per cento di sovraprezzo imposto alle merci indiane: voleva essere un modo per far sì che New Dehli non acquistasse più il petrolio di Mosca e ha invece spinto Narendra Modi a gettarsi nelle braccia di Putin e Xi. Ma alla geopolitica, alla geostoria, alla geoeconomia e alla geostrategia non potremo mai sfuggire.

Al dunque, il paradosso della sfida di Xi è di farci riscoprire la nostra appartenenza all’Occidente anche se, fino a poco tempo fa, non volevamo saperne più niente. Se vogliamo, possiamo scomodare anche Friedrich Hegel e le sue “astuzie della Ragione”. In ogni caso, a ritrovare la nostra collocazione geostorica, è la semplice considerazione che non si può mettere in liquidazione un sistema strategico che dura da 80 anni (quello che lega l’Europa agli Usa) senza poi subirne gravi conseguenze.

Ecco la strofa finale di una canzone scritta dal grande Luciano Cirri alla fine degli anni Sessanta: «Occidente, se ci sei batti un colpo… di Stato. Occidente goodbye». Erano parole inopportune nonché atroci, raggelanti e pure eversive. Ma uno scrittore satirico come Cirri si sarebbe fatto tagliare una mano, prima di rinunciare a una battuta altamente provocatoria e sulfurea. Ecco, è bello vivere nel nostro emisfero anche perché è abitato da gente così. Non so se potremmo ancora permettercelo il giorno in cui finissimo nell’orbita di Mosca o di Pechino. Le quali, tra le altre cose, non dimostrano di possedere molto senso dell’humour. 

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