L’omicidio di Charlie Kirk negli Usa ha risvegliato in Italia l’incubo del terrorismo brigatista. Ad evocare il fantasma del Partito Armato sono stati esponenti del centrodestra, da Luca Ciriani ad Antonio Tajani, alla stessa premier Giorgia Meloni. La sinistra, a partire da Elly Schlein, s’è sentita chiamata in causa e ha accusato la maggioranza di strumentalizzare l’orrore suscitato dall’attentato all’influencer conservatore.
Chi ha ragione? Sbaglia il centrodestra a richiamare i traumi del passato nel dibattito politico di questi giorni? Al netto del fatto che i politici tendono sempre all’enfasi e all’iperbole, fa male la sinistra a chiudersi a riccio e a contrattaccare rabbiosa, non foss’altro perché l’uso (e l’abuso) politico della storia è una sua vecchia prerogativa: basta solo che Meloni non usi il termine “nazifascista” per commemorare le stragi compiute dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale che partono ondate di indignazione “democratica” nelle forze d’opposizione.
Non è però nelle ripicche reciproche tra schieramenti politici che si esaurisce il problema. Perché comunque il pericolo evocato dagli esponenti del centrodestra ha un suo fondamento e una sua serietà. La questione può essere sintetizzata in questo modo: le parole, in politica soprattutto, sono pietre e possono anche trasformarsi in piombo. Detto altrimenti: se dai “piani alti” della società arrivano messaggi incendiari, può sempre accadere che la mente disturbata di qualche fanatico si senta in diritto di tradurre in pratica la guerra “virtuale” combattuta a livello di polemica politica. Quindi il suggerimento è: datevi tutti una calmata, perché altrimenti si possono realmente innescare intorno a noi processi assai pericolosi.
A correre il rischio di commettere tragici errori non è naturalmente solo la sinistra ma anche la destra. E ha ragione Luciano Violante quando ricorda, in una intervista che compare oggi sul “Corriere della Sera”, che «la violenza, anche quella delle parole, fa male al Paese, chiunque le pronunci».
Aggiungiamo pure che la violenza verbale di Donald Trump e del movimento Maga non è certo un fattore di rasserenamento del clima negli Stati Uniti. Dobbiamo però anche ricordare l’atmosfera di violenza e di intimidazione che si respira nelle università americane, come più in generale nel mondo della cultura d’oltre Atlantico, a causa dello straripante (almeno fino a qualche tempo fa) movimento woke.
Ma torniamo in Italia e chiediamoci nello specifico: perché Tajani ha ricordato il linciaggio morale subito da Luigi Calabresi prima di essere ucciso e perché Ciriani ha evocato il «clima da Brigate Rosse»? Il motivo è semplice: l’affermazione del terrorismo in Italia ha avuto anche una gestazione culturale o quantomeno mediatica, nel senso delle irresponsabili parole pronunciate a suo tempo da intellettuali e giornalisti. Ha fatto bene, il ministro degli Esteri, a ricordare il caso del commissario di polizia assassinato dopo una implacabile campagna d’odio che culminò nella lettera aperta contro di lui firmata da oltre 700 personaggi del mondo della cultura, dello spettacolo e della carta stampata. Le parole d’odio sottoscritte da quegli “autorevoli” personaggi avranno sicuramente fornito al killer una sorta di autorizzazione morale a premere il grilletto.
Quello che è accaduto in Italia con gli anni di piombo, le vaste e ramificate complicità con il terrorismo che abbiamo visto rappresentate nell’universo intellettuale, ci rendono quindi particolarmente sensibili alla gestazione dei fenomeni eversivi. Meglio che in altri Paesi, possiamo cogliere in anticipo il significato inquietante di tanti segnali sociali.
Poi, certo, nessuno pensa che possano tornare a devastare la vita italiana organizzazioni come le Brigate Rosse di 40 e 50 anni fa. Non ce ne sarebbero le condizioni. Ma non possiamo nemmeno escludere la possibilità che la carica violenza che monta nella nostra società si manifesti un giorno in forme terroristiche, forme diverse dal passato, ma egualmente devastanti per la convivenza sociale. I terroristi del terzo millennio agiscono diversamente dai loro predecessori. Agiscono individualmente, al di fuori di ogni modello organizzativo. Sono prevalentemente lupi solitari, che si riuniscono al massimo in piccoli branchi. Come, ad esempio, Tyler Robinson (l’assassino di Kirk) il killer che aveva trovato sul web una piccola comunità di esaltati con i quali condividere i suoi delirii.
Quello che agisce, quello che uccide, è il sentimento d’odio che si diffonde in un Paese. Attenzione quindi a quello che si dice a quello che si proclama. Tante parole incendiarie, che si accumulano nelle menti più labili, possono creare mostri e assassini.



