Trump non può vincere il Nobel per la pace, ecco perché

giovedì, 9 Ottobre 2025
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Il giorno in cui Donald Trump avrebbe potuto passare alla storia come l’artefice della fine della guerra tra Israele e Hamas è arrivato tardi, troppo tardi per contare ai fini del Nobel per la pace 2025. Mentre il mondo accoglie con cauta speranza le immagini dei negoziati di Sharm El Sheikh, dove rappresentanti israeliani e palestinesi hanno siglato la “prima fase” del cessate il fuoco sotto la mediazione congiunta di Qatar, Egitto e Turchia, a Oslo le votazioni per il premio più ambito della diplomazia mondiale che verrà assegnato domani, 10 ottobre,  sono già chiuse da tempo.

A rendere ufficiale l’accordo tra Hamas e Israele sul cosiddetto “Piano Trump” è stato il Ministero degli Esteri del Qatar: “I mediatori annunciano che tutti i termini e i meccanismi per l’attuazione della prima fase dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza sono stati concordati stanotte. L’accordo di questa notte fermerà la guerra e porterà al rilascio dei detenuti israeliani e dei prigionieri palestinesi”. Una dichiarazione che segna un punto di svolta nella crisi mediorientale, ma che, paradossalmente, non potrà dare a Trump l’agognato riconoscimento.

Le regole del Nobel per la Pace e l’occasione mancata per Trump

Secondo le regole ufficiali del Comitato norvegese per il Nobel, le candidature devono essere presentate entro il 31 gennaio dell’anno in corso. Da quel momento in poi, nessun nuovo evento, per quanto epocale, può influenzare il giudizio dei cinque membri che si riuniscono ad Oslo per deliberare. Le valutazioni sul vincitore — che sarà annunciato il 10 ottobre 2025 — si basano esclusivamente sui risultati conseguiti entro quella data limite.

In altre parole, anche se Trump fosse stato tra i nominati, il successo dell’accordo di Sharm El Sheikh non potrà pesare sulle decisioni del comitato. Il processo di selezione, come confermato dal sito ufficiale nobelprize.org, segue criteri rigorosi e una tempistica che non lascia margini a interventi esterni: le proposte sono esaminate per mesi, e ogni nuova azione diplomatica posteriore alla scadenza è rimandata di fatto all’edizione successiva.

Un paradosso amaro per il presidente americano, che da anni sogna la consacrazione accademica dopo aver rivendicato di aver “tenuto il mondo fuori da nuove guerre” durante la sua prima amministrazione. Eppure, ironia della sorte, il premio di quest’anno potrebbe finire nelle mani di attivisti o associazioni pro-palestinesi che hanno documentato le violazioni dei diritti umani durante il conflitto. Sarebbe uno smacco simbolico per “The Donald”, proprio nel momento in cui si presenta come mediatore tra i nemici più irriducibili del pianeta.
L’orizzonte 2026 e la diplomazia in Israele
Ma Trump non sembra disposto a fermarsi. Secondo fonti vicine al suo entourage, il tycoon sarebbe pronto a volare nei prossimi giorni in Israele per un discorso storico alla Knesset, il Parlamento di Gerusalemme. Un gesto che, nelle sue intenzioni, dovrebbe suggellare la sua rinascita politica come “uomo di pace”. L’obiettivo, adesso, è guardare già al Nobel 2026, un traguardo per il quale Trump potrebbe presentarsi con due carte decisive: la firma della tregua tra Israele e Hamas e un possibile sblocco dello stallo sul fronte ucraino, dove tuttavia la situazione resta estremamente complessa e frammentata.

I suoi consiglieri lo descrivono come un presidente che lavora ai margini della diplomazia ufficiale lasciando il lavoro delle trattative a uomini di fiducia, sfruttando la sua rete di contatti personali e prendendosi poi la scena neubdi leader come Benjamin Netanyahu e il premier egiziano Al-Sisi. L’accordo di Sharm El Sheikh rappresenta il primo risultato concreto di questa strategia parallela, fondata su mediatori scelti personalmente e su un approccio pragmatico, lontano dai canali istituzionali dell’amministrazione Biden e basato su una muscolarità che da sempre lo contraddistingue.

Il piano di pace e i punti chiave

L’intesa raggiunta prevede una sospensione immediata delle ostilità e il rilascio degli ostaggi israeliani ancora in vita, in cambio della liberazione di circa 1.700 prigionieri palestinesi. Israele dovrà ritirare gradualmente le proprie forze militari da alcune aree di Gaza, mentre una commissione internazionale garantirà l’accesso agli aiuti umanitari e avvierà la ricostruzione sotto supervisione congiunta di Qatar, Egitto e Turchia.

Una tregua fragile, che potrebbe essere il preludio di un vero processo di pace ma che, per ora, rimane una scommessa aperta. Il “Trump Peace Plan” — ribattezzato dai media “Deal of the Century 2.0” — punta a un modello di governance provvisoria di Gaza, escludendo Hamas dalla gestione diretta e affidando l’amministrazione a una coalizione di tecnocrati sostenuta dalle Nazioni Unite e che vede con ruoli apicali proprio lo stesso Trump e l’ex leader laburista Tony Blair.

Steve Witkoff, l’uomo di Trump nei negoziati

Nelle immagini trapelate dalle riunioni di Sharm El Sheikh compare accanto ai delegati israeliani e ai mediatori arabi una figura poco nota al grande pubblico: Steve Witkoff, magnate dell’immobiliare newyorkese ed emissario ufficiale del presidente Trump.

Nato nel Bronx nel 1957, Witkoff ha costruito un impero nel real estate acquistando edifici iconici come il Woolworth Building e il Park Lane Hotel, e oggi vanta un patrimonio stimato da Forbes in circa 2 miliardi di dollari. Avvocato di formazione, nel 1997 fondò la Witkoff Group, con cui ha ampliato i suoi interessi a Chicago, Dallas e Filadelfia.
Il suo ingresso nella diplomazia è recente ma fulmineo: è stato proprio lui a tessere i primi contatti tra Israele, Qatar e Hamas in vista della tregua di sei settimane firmata all’inizio del 2025. Da allora, Witkoff è diventato una figura-chiave del “canale Trump”, un intermediario capace di muoversi tra governi, intelligence e interessi economici, in coordinamento informale con Brett McGurk, inviato dell’amministrazione Biden.

Dopo il fallimento dei primi negoziati, presentò il cosiddetto “piano Witkoff” per prolungare il cessate il fuoco. A gennaio entrò personalmente nella Striscia di Gaza per verificare lo stato delle trattative — una visita senza precedenti per un consigliere statunitense non governativo. Un’azione che gli è valsa il rispetto di molti mediatori arabi, ma anche l’attenzione del Dipartimento di Stato.

Oggi Witkoff rappresenta per Trump ciò che Jared Kushner fu nel 2017: l’uomo di fiducia incaricato di trasformare la visione in realtà diplomatica. E il suo nome, se l’accordo di Sharm El Sheikh dovesse reggere, potrebbe essere ricordato accanto a quello del presidente come uno dei protagonisti di una delle più importanti operazioni di pace del XXI secolo.

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