È durato poco più di due ore l’incontro a Palazzo Chigi tra Governo e organizzazioni sindacali sulla prossima legge di bilancio. Un confronto atteso, che però non ha dissipato le tensioni: anzi, le ha messe a nudo. Se l’obiettivo dichiarato dall’esecutivo era aprire un dialogo costruttivo sulle misure economiche in arrivo, il risultato concreto è stato quello di accentuare le divisioni non solo tra le parti sociali e il Governo, ma anche all’interno dello stesso fronte sindacale, dove le principali sigle — CISL e CGIL — oggi sembrano parlare due lingue diverse.
Al tavolo, presieduto dal sottosegretario Alfredo Mantovano, erano presenti il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, la ministra del Lavoro Marina Calderone, il titolare della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo, il viceministro Valentino Valentini e il consigliere per le relazioni sociali Stefano Caldoro.
Secondo fonti presenti all’incontro, il Governo avrebbe confermato l’intenzione di ridurre di due punti l’aliquota Irpef (dal 35% al 33%) per i redditi fino a 50 mila euro, lasciando però “margini” per estendere la misura anche oltre quella soglia. Sul tavolo anche l’aumento del Fondo sanitario nazionale, un possibile intervento selettivo sull’età pensionabile per i lavoratori usuranti e incentivi sulla produttività. Nessun cenno invece alla cosiddetta “flat tax sugli straordinari”, che, almeno per ora, sembra accantonata per mancanza di coperture.
Manovra, le richieste del fronte sindacale al Governo: salari, fisco e pensioni
Le tre priorità avanzate dai sindacati restano invariate: salari, fisco e pensioni. Da settimane CGIL, CISL, UIL e UGL chiedono interventi per recuperare il potere d’acquisto dei lavoratori, difendere il sistema pensionistico e alleggerire la pressione fiscale sul ceto medio.
Al centro delle richieste, la detassazione degli aumenti contrattuali, la proroga della riduzione Irpef e il rinnovo immediato dei contratti pubblici, con l’anticipo al 2025 delle risorse oggi previste per il 2027. Un fronte apparentemente compatto nelle rivendicazioni, ma che si è rivelato profondamente diviso nella lettura politica dell’incontro.
CISL: “Confronto positivo, risposte coerenti dal Governo”
La segretaria generale della CISL, Daniela Fumarola, ha scelto la strada del dialogo. Per la leader di via Po, l’incontro non è stato una passerella formale ma “un passaggio importante, utile a costruire una strategia di lungo periodo”.
“La nostra impressione è che il Governo si muova in una direzione coerente con molte delle richieste che abbiamo avanzato — ha spiegato Fumarola —. Giorgetti ha confermato l’intenzione di ridurre l’Irpef al 33% fino a 50 mila euro, e ha aperto alla possibilità di superare questa soglia. C’è attenzione sul fronte sanitario e sul sostegno alle famiglie, ai giovani, al Mezzogiorno”.
La CISL ha anche ottenuto, almeno sul piano politico, un primo impegno sulla detassazione delle tredicesime e sulla chiusura dei contratti pubblici ancora aperti. “Abbiamo bisogno di dare continuità a questo confronto — ha aggiunto Fumarola — per definire una strategia di ampio respiro, basata su un Patto della Responsabilità che tenga insieme coesione sociale e crescita economica”.
CGIL: “Nessuna risposta, manovra pericolosa. La piazza è necessaria”
Di tutt’altro tono la valutazione della CGIL. Maurizio Landini non ha usato mezzi termini nel definire “dannoso” l’incontro e “deludente” l’atteggiamento del Governo.
“Non abbiamo ricevuto alcuna risposta concreta — ha affermato —. Questa è una manovra che porta il Paese a sbattere. Non ci sono misure per i salari, né per le pensioni, né interventi sulle banche. E ancora una volta chi paga sono i lavoratori e i pensionati”. Landini ha accusato l’esecutivo di voler continuare “con i condoni e le rottamazioni”, e di non avere un piano vero per contrastare l’evasione fiscale. “Ho chiesto al ministro Giorgetti — ha raccontato con sarcasmo — se in questo Paese gli unici che devono continuare a pagare le tasse siano i lavoratori dipendenti”.
Il leader della CGIL ha confermato la mobilitazione del 25 ottobre a Roma, definendola “ancora più necessaria dopo questo incontro”. “La piazza sarà il luogo dove ribadiremo che l’Italia ha bisogno di un fisco giusto, di pensioni dignitose e di salari più alti. Non di misure tampone o di bonus che non cambiano nulla”.
È la fotografia di una rottura profonda tra la prima e la seconda confederazione sindacale del Paese: la CISL parla di “dialogo” e “strategie comuni”, la CGIL invoca lo scontro e la mobilitazione.
UIL e UGL: toni medi, ma direzioni diverse
Nel mezzo si collocano le posizioni più sfumate di Pierpaolo Bombardieri (UIL) e Paolo Capone (UGL). Bombardieri, pur riconoscendo “l’importanza del confronto”, ha sottolineato come nel documento di programmazione economica “non ci siano risposte adeguate su lavoro, fisco e pensioni”. “Il problema di fondo resta quello dei bassi salari — ha spiegato —. Abbiamo chiesto di detassare gli aumenti contrattuali e di anticipare le risorse per i rinnovi del pubblico impiego. L’Italia ha bisogno di un piano industriale serio, di energia a costi sostenibili e di una contrattazione più trasparente”.
Più vicino alla linea dialogante della CISL, Capone ha invece definito l’incontro “serio e concreto”. “C’è un’attenzione importante sulla riforma degli scaglioni Irpef e sulla sanità — ha detto —. È un approccio cauto, che tiene conto della congiuntura internazionale, ma dimostra la volontà di dare continuità al dialogo”.
Un fronte spaccato come il Paese
Dopo Palazzo Chigi, la divisione tra le sigle sindacali è netta. La CISL e, in parte, l’UGL si muovono su un terreno di confronto istituzionale, convinte che il dialogo con il Governo possa produrre risultati concreti. CGIL e UIL, invece, vedono nella piazza l’unico spazio di pressione efficace. Una spaccatura che rispecchia quella del Paese, dove il consenso e la rappresentanza sociale si distribuiscono sempre più in modo polarizzato. L’adesione agli scioperi generali si ferma ormai attorno al 50%, segno di un mondo del lavoro frammentato, diviso tra chi crede ancora nel negoziato e chi sente la necessità di scendere in piazza. La manovra rischia dunque di diventare non solo un banco di prova economico, ma anche un detonatore politico e sociale.
Sul tavolo restano i due nodi centrali: salari e Irpef. I sindacati chiedono di innalzare la soglia agevolata da 50 mila a 60 mila euro di reddito, ma il Governo per ora non sembra intenzionato a spingersi oltre.E in questo scarto, che può sembrare solo numerico, si riflette una distanza più profonda: quella tra due visioni opposte del Paese, due modi diversi di rappresentare il lavoro e di concepire il ruolo dei corpi intermedi nella politica economica italiana. Le piazze di ottobre saranno caldissime, con Landini che ancora una volta guida una protesta che più che sociale sembra sempre più politica.
