Lise Meitner, la vera madre della fissione nucleare

martedì, 14 Ottobre 2025
3
10 minuti di lettura

“Dottoressa, come ci si sente, oggi, a essere la madre della bomba atomica?”. Sfacciata – e del tutto impropria – la domanda è lanciata con la virulenza d’una palla di fucile da un cronista d’assalto. E’ il 1945 ma erano impudenti come oggi. Gli tocca farlo attraverso il vetro d’una finestra al primo piano d’una piccola casa in Svezia. Il bersaglio è una donnina pallida, dal volto intenso e serio. Si chiama Lise Meitner, è una delle più importanti – e oscurate – scienziate di quel tempo.

Siamo in agosto, e due giorni prima, precisamente la mattina del 6, l’aereonautica militare statunitense ha sganciato la prima bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima, annientandola. Il mondo intero è sotto choc. Anche Lise Meitner lo è. E’ stata la prima a comprendere e a comunicare alla comunità scientifica il processo di fissione dell’uranio. Ma è stata anche la prima – e probabilmente unica – scienziata a rifiutarsi di partecipare al progetto Manhattan, con la più semplice e cristallina delle motivazioni ‘Non voglio avere nulla a che fare con una bomba’.

Ma tant’è: di fronte a una calamità inaudita, a un misfatto globale vale ancora, evidentemente, la ghiotta prescrizione universale ‘Cherchez la femme!’. Cercate la donna. Quando nel caso di Hiroshima si sarebbe dovuto gridare alto e chiaro ‘Cherchez l’Homme!’. Cercate l’uomo.

‘Mater certa est, pater numquam’ ( la madre è sempre certa, il padre mai) ci ha tramandato il diritto latino. Ma la Bomba atomica, prima che lo facesse il DNA, ha sovvertito il principio secolare. La madre non le serve, è una pura ‘figlia di padre’. Anzi di più padri, tutti illustrissimi. Oppenheimer, Fermi, Hans Bethe, Isaac Rabi, Ernest Lawrence, Edward Teller, Leo Szilard, Seth Neddermeyer, Richard Feynman, Eugene Wigner, Niels Bohr, tanto per non far nomi. Il Gotha della fisica mondiale.

Quattro di questi – di fronte alla storia – si aggiudicano senz’alcun dubbio la titolarità indiscussa di aver sottoscritto il lancio dei micidiali ordigni su Hiroshima e Nagasaki: Oppenheimer, Fermi, Compton, Lawrence. Tre sono Premi Nobel. Sorge spontaneo il dubbio che anche il

Nobel possa nuocere gravemente alla salute (etica). Furono loro, difatti, riuniti in Commissione Consultiva, a decretare, di comune accordo col Comitato istituito dal neoeletto Presidente Truman, che la Bomba poteva e doveva ‘essere usata contro il Giappone al più presto’ e che ‘doveva essere usata senza preavviso sulla natura dell’arma’. I vari ‘perché’ giustificativi usati in seguito grondano propaganda da tutte le parti. Fanno acqua, insomma. E assai torbida.

Soprattutto di fronte a quella che dovrebbe essere la ‘mission’ di uno scienziato. La Germania s’era appena arresa. Senza condizioni. Il nazismo crollava, l’atomica tedesca era esistita solo nei vagheggiamenti psicotici di Hitler. Fu una strage superflua. Lo disse anche Eisenhower, che di guerra un po’ ci capiva. ‘I Giapponesi erano pronti ad arrendersi – dichiarò’ – non c’era bisogno di colpirli con quella cosa orribile’.

Ma chi era Lise Meitner? La scienziata allibita su cui si voleva scaricare la maternità di ‘quella cosa orribile’? Piccola, bruna, non bella, non giovane, aveva un viso sommessamente radiante d’un incanto tutto suo.

Un incanto singolare, appartato, indirizzato più ai pochi che ai molti, e che è il segno irriproducibile d’una vera vocazione. Poteva esser l’arte. Per lei fu la scienza.

Era nata a Vienna, nel 1878. Epoca nettamente ostile a quelle ‘femmine’ che tentassero di sottrarsi al cappio delle tre fatidiche ‘K’: Kinder, Kitchen & Kirche ( Bambini, Cucina e Chiesa). Figlia di ebrei abbienti, colti e non osservanti – fortuna non da poco – era la terza di otto figli. Da piccola, s’incantava a rimirare i ghirigori iridescenti nelle pozzanghere con qualche traccia d’olio. Lo abbiamo fatto in tanti, solo che lei non poteva trovare pace se non scopriva il perché del fenomeno. Anzi, di tutti i fenomeni curiosi che incontrava. Una di quelle bambine discretamente asfissianti per i genitori, si può supporre. Soprattutto per un padre avvocato, oberato di lavoro e condannato, in quanto Padre, a conoscere i come e i perché di tutte le cose.

Invece il bravo Signor Meitner – personalità eclettica, famoso scacchista oltreché avvocato – non perse la pazienza, né la perse la signora Meitner, dotatissima musicista. Erano entrambi fermamente determinati a corredare tutte le figlie femmine – non solo i maschi – d’istruzione superiore. Decisione di pura avanguardia per l’epoca. E molto costosa. Loro se la passavano bene, sì. Ma non erano certo dei nababbi. Per le donne, l’accesso a studio e cultura era vietato. In Austria a 14 anni, le scuole femminili stoppavano bruscamente. Basta libri, fanciulla, vai col walzer e acchiappa un marito. Solido e ricco, se ce la fai.

Ma a Lise non piaceva ballare. Voleva scoprire il cuore della materia. ‘Papà, mamma, io non mi voglio sposare, voglio andare all’Università

Voglio laurearmi in fisica, credo di essere nata per questo’. Da poco l’Austria aveva aperto l’Università alle donne, purché si preparassero privatamente a un severissimo esame di ammissione.

‘Cara, ti capiamo. La vocazione è bella, ma cerchiamo di essere anche pratici. Ti pagheremo le lezioni private per l’esame, però prima prenditi uno straccio di diploma in francese, sai che come scienziata potresti anche raggiungere la gloria ma mai il pane quotidiano, tantomeno il companatico (non esistevano donne ‘docenti’, a quei tempi). Almeno, come istitutrice sopravviverai.’

Discorso sensato, Lise studiò e studiò, agguantò il diploma di francese, poi studiò studiò e studiò ancora, e nel 1901 superò brillantemente, con gli occhi consumati ma il cervello gagliardo, il durissimo esame. Furono solo 4 le ragazze che ci riuscirono.

Da questo punto in poi tutta la sua vicenda di studiosa, d’insegnante, di scienziata è un susseguirsi ininterrotto di up and down, di vertici e strapiombi, come certe Montagne Russe da cardiopalma. Erano due i debiti genetici da scontare: essere donna, ed essere ebrea. Li pagò fino all’ultimo Pfennig.

Esordì con una fortuna: il titolare della cattedra di fisica, il grande Ludwig Boltzmann, dotato d’un carattere geniale e instabile, percepì subito il suo genio. Non era così facile. Lise si presentava come una fanciulla mingherlina, schiva, timidissima. Su Tik Tok l’avrebbero derisa, fatta a pezzettini. Che cozza! Ma Boltzmann ‘la vide’. Un’adozione intellettuale. Nel 1906 lei si laureò brillantemente in fisica. ‘Summa cum laude’, il massimo. A distanza di pochi giorni dal trionfo, il primo tragico down: Boltzmann (oggi lo chiameremmo bipolare) si suicidò senza apparente motivo. Lei ne fu schiantata. Si sentiva – ed era – orfana di tutto.

Non c’era più futuro né considerazione per lei in quell’ateneo. Era diventata una nullità, un insetto superfluo.

Si riprese. Chiese al padre – e ottenne – di mandarla a Berlino, alla Kaiser Friedrich Wilhelm Universitat per seguire le lezioni di Max Plank. Lo scopritore della fisica quantistica. Bella sfida: Plank detestava le donne ‘amazzoniche’. Quelle insomma che smaniavano per abbracciare professioni destinate agli uomini. Ma era onesto. Diceva che nel caso – rarissimo! – in cui una donna avesse davvero ricevuto da Dio ‘il dono’ per la scienza, sarebbe stato scorretto ostacolarla. E lui credeva in Dio.

Nel tempo, Lise sarebbe diventata una sua protetta. La presenterà a moglie e figli, tutti si affezioneranno a lei, e lei a loro. Diventerà la sua assistente, e riuscirà ad aggiudicarsi una scoperta importante, quella dell’isotopo del protoattinio. Col sostegno di Plank le si affiderà allora un nuovo dipartimento di fisica per gli studi sulla radioattività, sorvolando magnanimamente sulla pessima idea che aveva avuta di nascere femmina.

Uno stipendio, finalmente! Una casa decente…mangiare…scaldarsi…poter affittare un pianoforte. Il Paradiso. E finalmente, nel ‘26, verrà nominata Professore Straordinario. Primissima donna in Germania a guadagnarsi un titolo così prestigioso. Ma era ormai diventata un soggetto di spicco nella comunità scientifica mondiale. Einstein si riferiva a lei come ‘alla Marie Curie tedesca’.

Ciò non impedì che i giornalisti annunciando la sua lezione d’apertura sulla fisica cosmica, scrivessero che la Meitner avrebbe parlato di ‘fisica cosmetica’. Beh, è comprensibile. Di che tipo di fisica ti puoi mai aspettare che parli, una donnina?

Ma nel 1907, appena arrivata a Berlino, trovò solo gelo. In tutti i sensi.

Gli inverni in quella città sono notoriamente rigidissimi. Le fu concesso un lavoro sperimentale, come ‘ospite non pagata’, presso l’Istituto di chimica. La prima difficoltà fu entrarci. Dalla porta principale alle donne era vietato. Dall’ingresso posteriore invece potevano, ma le sole che finora l’avessero fatto erano le donne delle pulizie.

Comunque lei ci riuscì. Una volta dentro, nei laboratori ‘dei maschi’ nessuno la voleva. Alla fine le concessero un locale freddo e oscuro negli scantinati. Un’ex falegnameria. Per fare pipì doveva uscire sotto la neve e raggiungere il più vicino ristorante. Sembra Dickens nei suoi strazianti romanzi, invece è cronaca vera. Germania, inizi Novecento: peripezie d’una giovane ricercatrice.

Arrivò il primo ‘up’ berlinese: le affiancarono un giovane e brillante chimico, suo coetaneo, senza pregiudizi nei confronti delle donne e che desiderava lavorare con una fisica. Si chiamava Otto Hahn. S’intesero alla perfezione. Immensa stima reciproca, l’euforia per le scoperte importanti che via via fecero insieme, i riconoscimenti della comunità scientifica mondiale. Sia per la ‘coppia’, sia per lei sola. Amanti? Mai. Un anello col diamante però lo ebbe, da lui. Non fidanzamento, ma addio.

Nel 1938, scongiurata da Hahn e da tanti amici scienziati ebrei che già erano scappati dalla Germania assassina di Hitler, stava per salire sul treno, per lei tragico, dell’addio a Berlino. Addio alle febbrili ricerche sull’uranio, alla percezione che si stava per scoprire qualcosa di epocale.

Addio ai colleghi, tutti geniali, ognuno matto a modo suo, con cui aveva intessuto rapporti solidissimi. Ci si stimava e, anche, ci si divertiva. Si cantavano i lieder di Brahms, la domenica si andava a teatro, o a scarpinare in montagna. Addio al suo laboratorio. Era quello la sua vagina, il suo eros. Il crogiuolo ardente dove ogni giorno ribollivano speranze, delusioni, prodigi. Alla stazione Otto Hahn le diede un bell’anello con diamante che gli aveva lasciato sua madre. ‘Prendilo, ti potrà servire’. Era un giusto dono. Quando raggiunse la Svezia, che la sopportò ma non l’accolse, aveva perso tutto: cattedra, posizione, casa, laboratorio, amici, danaro. Ci aveva messo quasi 50 anni a costruirli. Ora ne aveva sessanta. Era fisicamente esausta, indebolita da decenni di esposizione alle radiazioni e ai robusti schiaffi della sorte. Le restava la vita. ‘Beh, non è poco’, pensò. Filosofa, oltreché fisica.

Dopo pochi mesi di una Svezia durissima – sola, non amata dal Direttore dell’Istituto che di malavoglia l’aveva assunta, stipendio da fame, alloggio micranioso, freddo dappertutto – arrivò l’ormai strafamosa lettera di Hahn.

(I due si scrivevano quasi ogni giorno).

Berlino, 19 dicembre 1938. “Lise, c’è qualcosa di veramente molto strano. Strassmann e io siamo d’accordo a parlare solo con te di questa faccenda. Magari ti viene in mente qualche fantastica spiegazione…Bombardiamo l’uranio 235 con neutroni lenti. Nel processo di decadimento a un certo punto dovremmo trovare radio…E invece no, otteniamo un risultato incredibile: quello che dovrebbe essere radio si comporta come bario…perché? Non possiamo ignorare i nostri risultati, anche se sono assurdi, né penso ci abbia dato di volta il cervello.

Credi possibile che l’uranio esploda in due elementi più leggeri? Cerca di capirci qualcosa tu…’

La vigilia di Natale, Lise è a casa di amici in montagna, insieme al nipote Otto Frisch, che è venuto a trovarla. Anche lui è fisico, affascinato da sua zia Lise fin da quando è bambino. Sono giorni e notti che lei si arrovella sul problema che Hahn le ha presentato. Va col nipote a fare una passeggiata nel bosco. Ne parlano. ‘Sicura che sia bario?, chiede lui. Perché scientificamente è un’eresia. ‘Hahn è un chimico straordinario. Se lui dice che è bario, significa che è bario’, risponde Lise. L’eresia consisteva nel fatto che da quel procedimento, TUTTI – incluso Fermi con la sua errata scoperta di due elementi transuranici – si erano sempre aspettati di imbattersi nella trasformazione dell’uranio in elemento più pesante. Nessuno aveva avuto l’ardire sovversivo d’immaginare che il nucleo, ritenuto indivisibile, potesse spaccarsi…

Quella passeggiata ebbe un esito straordinario. Il primo gennaio del ‘39 Lise scriveva a Otto Hahn ‘ Carissimo Otto! Mio nipote e io ci siamo spremuti le meningi. Sì, avete veramente ottenuto una disintegrazione in bario, un decadimento dell’uranio in 2 nuclei più leggeri. Un risultato meraviglioso, emozionante! Immagina il nucleo come una goccia d’acqua. Una normale goccia si rompe, se tirata per lungo, anche se la tensione superficiale si oppone a tale rottura. E qual è la differenza essenziale tra una goccia e un nucleo? La carica elettrica; il nucleo dell’atomo è elettricamente carico. Ci siamo allora chiesti: sarebbe sufficiente la carica elettrica di un nucleo di uranio a rompere la superficie di questa instabile goccia – il nucleo stesso dell’atomo? I nostri calcoli dicono di sì. Il nucleo di uranio cattura un neutrone, nell’impatto si deforma, si allunga in una direzione, si restringe nel mezzo ed ecco che appare una specie di strozzatura. Le forze di repulsione hanno la meglio sulla forza attrattiva che normalmente tiene insieme il nucleo. E alla fine si produce la divisione in due nuclei quasi uguali, insieme più leggeri dell’originale nucleo di uranio, che schizzano lontano a gran velocità a causa della repulsione reciproca. Ce l’abbiamo fatta! Abbiamo anche trovato un nome per questo processo: l’abbiamo chiamato fissione, lo stesso nome che i biologi usano per la divisione dei bacilli.’

Servendosi della formula del suo amico Einstein (energìa = massa X velocità della luce al quadrato), Lise calcolò anche la quantità di energìa che la fissione sprigionava. Rimase allibita per l’enormità del risultato.

Anche piuttosto scioccata. Presagendo forse, più con le cellule che con la mente, dove tutto questo poteva andare a parare.

L’11 febbraio del 1939 sulla prestigiosa rivista Nature apparve un breve articolo ( 2 pagine), firmato Meitner e Frish, dal titolo ‘Disintegration of Uranium by Neutron: a New Type of Nuclear Reaction’, nel quale, per la prima volta, si ponevano le basi teoriche per lo sviluppo della fissione nucleare.

Ma – udite, udite! – nel 1944, con viva sorpresa della comunità scientifica mondiale, il Nobel per la chimica in relazione alla scoperta della fissione nucleare fu assegnato a Otto Hahn. Ci piace sperare che insieme alla sorpresa, nelle vene di qualcuno di quei Signori della Scienza si sia mescolato anche qualche atomo di disgusto. La Meitner, calpestando il suo ego, assistette alla premiazione. Abnegazione punita: nel discorso di accettazione del Nobel, Otto Hahn quasi non la nominò e si attribuì interamente – e sfacciatamente – il totale merito della scoperta. Lei ne fu ferita a morte, ma ne parlò sempre pochissimo. Se qualche volta se ne lamentò, lo fece assai flebilmente.

Era donna, era ebrea, era nata nel 1878. Era sfuggita per un soffio alle deportazioni hitleriane. Secondo il New York Times, fu un gigante della scienza. Il che è senz’altro vero, ma aggiungiamo: un gigante piagato.

3 Comments Lascia un commento

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.