Gaza, la tregua fragile tra scetticismo e prudenza

mercoledì, 15 Ottobre 2025
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A Gaza la tregua non ha ancora il sapore della pace. Dopo l’arrivo di Donald Trump in Medio Oriente, il 13 ottobre – prima a Tel Aviv poi a Sharm el-Sheikh per la firma dell’accordo di pace – restano ancora molti dubbi che rendono i rapporti estremamente fragili.
Negli ultimi giorni, la restituzione dei corpi degli ostaggi è diventata uno dei punti più controversi di tutto il negoziato. I ritardi e le difficoltà nel riconsegnare i resti hanno riacceso la tensione tra Hamas e Israele, portando quest’ultimo a minacciare la chiusura del valico di Rafah e la limitazione degli aiuti umanitari.
Secondo delle fonti governative a Gerusalemme, infatti Israele aveva intenzione di bloccare gli accessi e ridurre i flussi di aiuti se Hamas non avesse completato la restituzione. Ad oggi sono stati consegnati 45 corpi, altri 4 dovranno arrivare in giornata, ma ne mancano ancora 16 all’appello.
Tel Aviv accusa Hamas di temporeggiare, ritardando le consegne per ottenere margini negoziali. D’altro canto, Hamas parla di ostacoli logistici legati alla distruzione che renderebbero difficoltoso il recupero dei corpi, come sostiene anche la Croce Rossa – impegnata sul campo per agevolare le operazioni – definendola “una sfida enorme”.
Ma nel mosaico della pax trumpiana il punto più delicato resta sicuramente la governance nella Striscia di Gaza. Secondo il piano di pace americano la gestione verrà affidata a un board of Peace guidato da Tony Blair, composto da tecnocrati palestinesi e osservatori internazionali.
A questo punto, il quadro che si delinea è sempre più articolato e potrebbe suscitare non poco scetticismo tra tutti gli attori politici coinvolti, tra cui l’Italia. Per questo, come dichiarato dal Ministro degli esteri, Antonio Tajani, l’unica certezza è quella di adottare prudenza in questo lungo cammino verso la pace.

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