A Gaza l’atmosfera resta sospesa, la tregua in vigore ormai da una settimana, sembra molto fragile, con una tensione ancora non sopita tra Israele e Hamas che continuano a scambiarsi accuse e avvertimenti. A pesare è ancora il nodo dei corpi degli ultimi 19 ostaggi, reclamati subito dallo Stato ebraico, ma difficili da localizzare secondo la fazione islamista. La situazione è difficile anche sul fronte degli aiuti umanitari: l’apertura del valico di Rafah ancora in stand by e con probabilità attesa per domenica dovrebbe cambiare tutto facilitando il passaggio dei civili e non dei tir. Intanto i ministri israeliani chiedono a gran voce il rilascio degli ultimi corpi dei 19 ostaggi uccisi da Hamas e il balletto diplomatico va avanti. Trump sente Netanyahu e avverte Hamas del pronto intervento americano e del pugno di ferro in caso di altre uccisioni di civili. In questo clima ancora confuso abbiamo intercettato durante le giornate del Festival della Diplomazia (www.festivaldelladiplomazia.eu) in scena in questi giorni a Roma Andrea Angeli figura di spicco tra i peace keeper e portatori di pace legati all’Onu e gli abbiamo chiesto un’analisi sui recenti accordi di pace in Medioriente.
La costruzione della pace è un processo difficile, complesso, mai come in questo periodo. Cosa si può fare ora a Gaza, alla luce della sua esperienza?
Allora il processo è complesso. Prima di arrivare sul campo è complessa la formazione, perché il dispiegamento di un contingente internazionale di pace prevede molti passaggi. Il primo è l’accordo internazionale su un certo numero di paesi. Ci sono state anche missioni mono paese come ad Haiti composto esclusivamente da kenyoti, ma ovviamente la missione è internazionale per cui ci sono paesi restii e ci sono paesi molto entusiasti. Ci sono varie sensibilità all’interno della comunità internazionale per cui il primo è mettere insieme una forza il più possibile coesa. C’è una discussione in atto in Italia su un dispiegamento di personale militare e l’Italia ha tutte le carte in regola per avere un contingente, per poter inviare un contingente che dia un contributo sostanzioso. Spero che quelle preclusioni indecisioni che anche in sede parlamentare ci sono, vengano meno perché veramente credo che l’Italia possa giocare un ruolo di primo piano all’interno di una coalizione multinazionale.
Ci sono stati dei dietrofront per quanto riguarda la tregua, ci sono state delle uccisioni e delle violazioni del cessate il fuoco . La pace scricchiola. Che scenario si aprirà nella Striscia di Gaza?
Sicuramente più la crisi è andata avanti nel tempo e non solo nell’ultima fase, ma anche negli anni precedenti e più gli scenari diventano molteplici e più ci dobbiamo aspettare degli eventuali assestamenti. Dei cosiddetti stop and go. È inevitabile tutto cio’, l’importante è essere determinati, andare avanti nonostante le difficoltà.
Una pace sarà possibile secondo lei sull’asse mediorientale che cosa ne pensa? E soprattutto il ruolo dell’ONU adesso è in discussione?
Si fa presto a dire mandiamo un contingente, c’è tutta una parte amministrativa che inevitabilmente a monte della missione di pace ONU per lo meno ha delle strutture sul terreno non solo la missione UNIFIL ma anche la missione UNTSO di osservatori per cui ha comunque delle strutture amiche che sono pronte ad essere riutilizzate da nuove missioni che magari abbiano comunque regole d’ingaggio diverse sicuramente più al passo con i tempi e più al passo della crisi che stiamo attraversando.



