Fra Usa e Cina forse qualche cosa si muove. Lascia ben sperare l’ottimismo mostrato da Donald Trump dopo l’incontro con Xi Jinping avvenuto oggi a Busan, in Corea del Sud. Conversando con i giornalisti durante il viaggio di ritorno, il leader americano ha detto che i due giganti mondiali potrebbero siglare presto un accordo che resterebbe in vigore per un anno.
Al di là di quello che è trapelato sul contenuto della possibile intesa, il vero fattore di speranza è l’annuncio che l’inquilino della Casa Bianca si recherà in Cina in aprile. Di qui alla prossima primavera può certo accadere di tutto. Ma il presidente Usa non si sarebbe certo sbilanciato sul viaggio a Pechino se dall’incontro con il leader cinese non fosse emersa una possibile base di accordo.
Che l’incontro tra i due pesi massimi della politica internazionale sia andato bene lo dimostrano anche le dichiarazioni rilasciate da Xi all’agenzia Xinhua: «I team economici e commerciali dei due Paesi – ha dichiarato – hanno scambiato opinioni approfondite su importanti questioni economiche e commerciali e hanno raggiunto un consenso sulla loro risoluzione».
I due leader hanno quindi discusso solo di economia, in particolare di una possibile tregua nella guerra commerciale in atto da anni tra i due Paesi e che il tycooon ha fatto ulteriormente divampare con la politica dei dazi? In realtà Trump e Xi hanno parlato anche di Ucraina. La necessità di porre fine alla guerra in corso ai confini orientali dell’Europa è un tema emerso «in modo molto forte», ha detto il presidente Usa, il quale ha poi aggiunto: «Stiamo cercando entrambi di vedere se possiamo fare qualcosa». La possibilità che Pechino possa premere su Mosca per giungere a un cessate il fuoco nel conflitto con Kiev è un’opzione di cui si parla da tempo. Si tratta ora di vedere se Trump è riuscito a trovare gli argomenti giusti per indurre il leader cinese fare “moral suasion” su Vladimir Putin. Di certo, se questi argomenti Donald è riuscito a trarli fuori dal suo cilindro, si tratterà senza dubbio di argomenti di tipo commerciale.
Il fatto è che, come è emerso chiaramente con i dazi, è impossibile separare, in Trump, la politica dall’economia. È quella che si può a buon diritto definire la “diplomazia del business”, la diplomazia che mira cioè a ottenere risultati politici attraverso la leva economica. E viceversa.
Questo tipo di diplomazia sembra peraltro aver ottenuto buoni risultati con il cessate il fuoco a Gaza. Non è certo un caso che Steve Vitkoff, il negoziatore della Casa Bianca nelle più delicate questioni internazionali sia innanzi tutto un uomo d’affari. Gli argomenti del “business” – è vero – non hanno finora funzionato con Vladimir Putin, ma potrebbero appunto funzionare con Xi, il quale ha dimostrato di conoscere ampiamente tutte le sfumature di una politica di potenza degna di tale nome. Il leader cinese parla del resto la stessa lingua di Trump e si tratta della lingua della concretezza e del realismo politico. Una lingua -sia detto per inciso- ben diversa da quella che parlano i leader dell’Ue, quali sono costretti a ricorrere al linguaggio edificante dei diritti umani e dei princìpi universali per coprire l’evanescenza geopolitica dell’Europa.
Per quello che riguarda il contenuto dei possibili accordi commerciali, è emerso che Pechino potrebbe allentare i vincoli all’esportazione delle terre rare (della cui produzione mondiale detiene il 70 per cento) a fronte di un parallelo allentamento di Washington alle restrizioni alla vendita dei semiconduttori, tema che sta particolarmente a cuore ai cinesi. Allo stesso modo, gli Usa potrebbero abbassare i dazi sui prodotti provenienti dalla Cina e questa potrebbe a sua volta impegnarsi ad acquistare la soia prodotta dai coltivatori statunitensi. Gli Usa potrebbero inoltre abbassare la tasse sulle navi cinesi che arrivano nei porti americani e i cinesi fare altrettanto con le navi americane.
L’unica questione su cui permane il silenzio è la sorte di Taiwan. Trump dice che l’argomento non è stato sfiorato. Potrebbe non essere una buona notizia per i discendenti di Chiang Kai-shek.



