Oggi, 2 novembre, ricorrono cinquant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini. Cinquant’anni esatti da quella notte sul litorale di Ostia in cui una voce scomoda, la più lucida del nostro Novecento, venne messa a tacere. Da allora, lo abbiamo riesumato infinite volte: citato, idolatrato, trasformato in una reliquia laica, un santino progressista, una spilletta da giacca per anime colte. Ci si fregia di Pasolini come di un accessorio, ma lui non voleva essere un’icona: voleva essere un allarme.
Oggi il suo volto campeggia tra un post su Instagram e una maglietta vintage, brandito da chi ne ha dimenticato la sostanza. Il potere omologante dei consumi, lo ha reso un prodotto da consumare, il poeta che denunciava la mercificazione è stato mercificato.
Eppure la sua voce, se la si riascolta davvero, è ancora un urlo contro il nostro presente. In Salò o le 120 giornate di Sodoma, il suo ultimo film, mostrava il corpo e la mente umiliati dal dominio, normalizzava la violenza come corollario indispensabile al potere, ci sbatteva in faccia una realtà che non volevamo vedere, troppo presi a inseguire un benessere che, mentre ci prometteva felicità, ci stava corrompendo l’anima. In un mondo che spettacolarizza tutto — anche la guerra, anche la morte —, questo messaggio resta ancora più attuale.
C’è una certa malinconia, oggi, nel chiedersi cosa avrebbe detto di questo nostro tempo: dell’iperconsumismo digitale, della pornografia dell’immagine, del culto dell’apparenza
Forse, per ricordarlo davvero, dovremmo smettere di citarlo a sproposito e ricominciare a leggerlo. Pasolini non è una moda: è una ferita. E finché non tornerà a farci male, resterà solo un’icona pop.
Lo ha detto in questi giorni, con semplicità e verità Ninetto Davoli:
“Non sono molto d’accordo a ricordarlo a 50 anni dalla morte perché Pier Paolo bisogna averlo dentro di sé. Pasolini va letto, non ricordato a 50 anni dalla morte. Ma cosa vuoi?… La società è questa.”
Ecco, forse tutto sta in quella rassegnata amarezza: la società è questa. Ma proprio per questo, più che ricordarlo, dovremmo finalmente capirlo.
Vittorio Zenardi



