Si è spento oggi a Milano, all’età di 94 anni, Giorgio Forattini, il vignettista che per oltre mezzo secolo ha raccontato con ironia, ferocia e intelligenza la politica italiana. La sua matita è stata una delle più riconoscibili del giornalismo nazionale, capace di colpire a destra e a sinistra, senza risparmiare nessuno.
Forattini è stato il grande cantore satirico della Prima Repubblica, il caricaturista che tirava i potenti giù dal piedistallo, trasformandoli in maschere e simboli di un potere spesso ridicolo. Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Sandro Pertini, Enrico Berlinguer, Giovanni Spadolini, ma anche Gianni Agnelli e il Papa: tutti sono passati sotto la lente della sua ironia, affilata come un bisturi.
Dalla ribellione giovanile alla satira politica
Nato a Roma il 14 marzo 1931 in una famiglia borghese, Forattini aveva mostrato fin da giovane un carattere irrequieto. Dopo aver abbandonato gli studi di Architettura, fece di tutto — dall’operaio al rappresentante di commercio — prima di approdare al disegno satirico nei primi anni Settanta. Le sue prime vignette apparvero su Paese Sera, dove divenne presto una firma riconoscibile grazie a una striscia quotidiana e a quella celebre vignetta sul referendum sul divorzio, con Amintore Fanfani ritratto come un tappo di spumante espulso dalla bottiglia del “No”.
La consacrazione a «la Repubblica»
Nel 1976 partecipò alla nascita di la Repubblica, voluta da Eugenio Scalfari, e lì la sua satira trovò un pubblico vasto e attento. Le sue vignette, spesso collocate nella pagina dei commenti, diventavano ogni giorno piccoli editoriali illustrati: una sintesi pungente della vita politica italiana. Nel 1977 fece scalpore una sua vignetta in cui Francesco Cossiga, allora ministro dell’Interno, era ritratto travestito da manifestante armato, all’indomani della morte di Giorgiana Masi. Un colpo di matita che aprì un dibattito acceso sul ruolo e i limiti della satira. Non risparmiava nemmeno la sinistra: celebre la vignetta che raffigurava Enrico Berlinguer in vestaglia, infastidito dai rumori di un corteo operaio sotto casa. Era il segno di una libertà di pensiero assoluta, spesso scomoda anche per chi, in teoria, avrebbe dovuto essergli più vicino.
Un osservatore implacabile della politica
Si calcola che nel corso della sua carriera Forattini abbia realizzato oltre 14 mila vignette, molte delle quali raccolte in volumi di enorme successo (circa tre milioni e mezzo di copie vendute). I suoi bersagli furono infiniti e memorabili: Craxi con la divisa da Duce, De Mita con la coppola, Prodi in abiti clericali, Amato versione Topolino, Renzi-Pinocchio, Bossi-Pluto.
«Una sua vignetta era più efficace di un editoriale», si diceva spesso. E in effetti le sue immagini restano nella memoria collettiva più di molti articoli o discorsi politici.
Gli anni delle polemiche e l’addio a Repubblica
Negli anni Novanta i rapporti con la Repubblica si incrinarono. Forattini, sempre più critico verso il centrosinistra, divenne figura divisiva all’interno della redazione. Giorgio Bocca lo definì “un mascalzone” e lui rispose con autoironia, intitolando Il mascalzone una delle sue raccolte. Il definitivo addio di Forattini a la Repubblica risale al 1999, dopo una querela presentata da Massimo D’Alema, allora presidente del Consiglio. A provocarla era stata una vignetta al curaro in cui il disegnatore ritraeva il premier mentre cancellava con il bianchetto alcuni nomi dalla celebre lista Mitrokhin, che conteneva i presunti informatori dei servizi segreti sovietici in Italia. D’Alema aveva chiesto un risarcimento di tre miliardi di lire, indirizzato soltanto all’autore e non alla testata. Sentendosi poco tutelato dal giornale, Forattini decise di interrompere la collaborazione con la Repubblica e nel 2000 tornò a La Stampa. La querela sarebbe poi stata ritirata nel 2001.
Un dissacratore goliardico
Provocatorio, irriverente, a volte spregiudicato ma sempre lucido, Forattini incarnava una satira anti-ideologica, radicata nella tradizione goliardica italiana. «Il forattinismo — amava dire — è la dissacrazione della politica. Intuivo subito il tallone d’Achille dei leader e lo trafiggevo con la mia matita». Dietro quella ferocia si celava la capacità di ridere del potere e al tempo stesso raccontare l’Italia dei sogni e delle contraddizioni, tra ideali e scandali, illusioni e disincanti — sempre con un sorriso beffardo, mai innocente.
Vittorio Zenardi



