Torna a parlare di sé Elia Del Grande, il killer che sterminò la sua famiglia, dopo essere fuggito dalla casa lavoro in cui era recluso per scontare la pena.
L’uomo che nel 1998 – all’epoca 22enne – uccise padre, madre e fratello, dopo essere fuggito dalla struttura in cui era stato mandato a trascorrere sei mesi poiché ritenuto socialmente pericoloso, rompe il silenzio con una lunga mail inviata a un giornale online della provincia di Varese.
Scrive da una località imprecisata un racconto lucido, ma intriso di amarezza: “Avevo ripreso in mano la mia vita […] avevo un lavoro una compagna, una casa. […] Poi, per decisione di un magistrato mi hanno rinchiuso di nuovo facendomi fare mille passi indietro. Le case lavoro sono peggiori del carcere.”
Del Grande denuncia la realtà di quegli istituti che, almeno sulla carta, dovrebbero favorire il reinserimento sociale attraverso l’attività lavorativa: “Non esiste alcun percorso di un insegnamento, è solo repressione. Il disagio che ho visto lì dentro non l’avevo mai conosciuto, e così sono scappato. O meglio mi sono allontanato”.
Parole che riportano alla mente i racconti di altri detenuti, come quelli di Gianni Alemanno dal carcere, che descrivono ambienti inadeguati, spesso popolati da persone con gravi disturbi psichiatrici, lasciate senza cure né sostegno e soprattutto vittime del sovraffollamento.
Dietro la vicenda Del Grande si nasconde un disagio ancora irrisolto: quello delle case lavoro, che dovrebbero favorire un’alternativa di recupero e che invece per molti versi ricordano i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari dismessi nel 2015. Strutture residuali dove vengono collocati i soggetti ritenuti socialmente pericolosi, come Del Grande, ma che non trovano posto nelle Reims, le residenze psichiatriche introdotte per sostituirli.
Elia Del Grande aveva scontato 26 anni e 4 mesi di carcere, poi era stato messo in libertà vigilata. Ma nel 2023 la magistratura di sorveglianza ne ha disposto l’assegnazione a una casa lavoro nel Modenese, ritenendolo ancora pericoloso. Proprio da tale struttura ha fatto perdere le proprie tracce.
A seguito dell’uccisione della famiglia, il tentativo di fuga verso la Svizzera, dove poi venne fermato, e dopo anni di detenzione, Del Grande sembrava aver trovato un fragile equilibrio, distrutto poi con la nuova decisione del magistrato di sorveglianza: “è stato come se mi avessero cancellato la vita che avevo ricostruito con fatica. Quei luoghi non hanno nulla di educativo. Ti annientano lentamente”.
Nella sua lunga lettera, viene descritto un sistema spesso dimenticato, un limbo giuridico dove finiscono persone che hanno già scontato la pena ma vengono ritenute ancora pericolose. Strutture che dovrebbero offrire lavoro e reinserimento, ma che in molti casi sono dei veri e propri recipienti di detenzione. In un momento così importante per l’Italia, che vede il compimento della riforma della giustizia, ci si domanda cosa resta della promessa di una giustizia che riabilita e rieduca.
Elia Del Grande, in fuga il killer che sterminò la famiglia. Ma parla dall’estero
