Dopo mesi di polemiche, accuse e sanzioni internazionali, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi, torna a parlare del proprio operato e delle conseguenze che ne sono derivate.
L’ex avvocata, oggi funzionaria ONU, è finita al centro di un’ondata di critiche da parte di Stati Uniti e Israele, che l’hanno accusata di parzialità e l’hanno inserita in un elenco di personalità sanzionate insieme a Vladimir Putin e Ali Khamenei.
Secondo Albanese, la decisione sarebbe legata ai rapporti da lei presentati alle Nazioni Unite, nei quali ha denunciato violazioni sistematiche dei diritti umani da parte di Israele e parlato apertamente di “genocidio” e “apartheid”.
«Sono la prima funzionaria nella storia dell’Onu a subire un trattamento del genere», ha dichiarato al Corriere della Sera, aggiungendo che le misure restrittive sono collegate alla sua collaborazione con la Corte penale internazionale.
Le sanzioni hanno avuto un impatto diretto sulla sua vita quotidiana: conti bloccati, impossibilità di ricevere pagamenti e minacce personali. «Dopo il primo rapporto sul genocidio, mi accusavano di meretricio. Poi sono arrivate lettere e minacce di morte, anche contro mia figlia», ha raccontato, spiegando di vivere oggi sotto protezione in Tunisia.
Nel libro Inside. Dentro la violenza di Israele, Albanese ha raccolto il materiale prodotto durante il suo mandato, con l’obiettivo di “rimettere al centro del dibattito il contenuto dei rapporti e non la sua persona”. L’opera rappresenta anche una risposta alle accuse di antisemitismo che le sono state rivolte.
Sulle sue posizioni, la relatrice non mostra ripensamenti: conferma di ritenere che «Israele porti avanti un sistema strutturale di dominio su un altro popolo» e che la distruzione di abitazioni, università e archivi palestinesi costituisca «un caso di scuola di genocidio».
Allo stesso tempo, precisa di non aver mai negato la violenza di Hamas: «Non c’è dubbio che si sia trattato di un attacco terroristico da condannare», ma invita a leggere la reazione israeliana come parte di “un’operazione coloniale che va avanti da decenni”.
Albanese ammette invece un solo errore personale: il tono utilizzato durante un confronto pubblico a Reggio Emilia, in un episodio che le era valso critiche anche per alcune parole rivolte a Liliana Segre. «Rivedendo quel commento, mi sono detta: no, non è da me», ha riconosciuto.
Sul piano politico e mediatico, la funzionaria esprime delusione per il livello del dibattito in Italia, che definisce «squallido» e poco informato. Accusa i media nazionali di privilegiare la spettacolarizzazione a scapito della competenza e afferma che «la televisione italiana non è un luogo dove si fa informazione».
Riguardo alle accuse di legami con l’Autorità palestinese, Albanese precisa che il marito ha lavorato “per l’Onu, non per l’Anp”, e che anche lei in passato ha collaborato con funzionari palestinesi “nell’ambito di missioni tecniche dell’Organizzazione”.
Nel corso dell’intervista al Corriere della Sera, la relatrice affronta anche il tema del boicottaggio accademico di Israele, verso il quale ha modificato la propria posizione: inizialmente contraria, oggi lo considera uno strumento “fondamentale” per denunciare la complicità di molte università con la macchina militare israeliana.
Pur riconoscendo la gravità delle minacce e delle pressioni subite, Albanese ribadisce la volontà di non abbandonare il proprio incarico e di non entrare in politica, nonostante le proposte ricevute. «Se avessi voluto accettare una candidatura, l’avrei già fatto. Voglio continuare a fare, gratuitamente, questo lavoro che mi porta tutto questo odio», afferma.
Tra le figure politiche europee che stima cita la presidente slovena Nataša Pirc Musar, “la prima ad aver parlato apertamente di genocidio”, mentre critica la posizione del Partito Democratico italiano, accusandolo di «avere elementi pro-Israele e pro-apartheid».
Albanese si dice infine convinta che il premier israeliano Benjamin Netanyahu dovrà “prima o poi affrontare un processo” per i crimini compiuti nei territori occupati. E sul futuro del conflitto, aggiunge: «L’enormità di ciò che è accaduto non permette di tornare indietro. Si è risvegliata una coscienza, soprattutto tra i giovani».



