Sessualità e scuola, la Dottoressa Botta: “Non sono d’accordo sul consenso dei genitori, si rischia il divario educativo”

giovedì, 13 Novembre 2025
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La discussione sul disegno di legge che prevede l’obbligo del consenso dei genitori per affrontare temi legati all’educazione sessuale nelle scuole medie e superiori continua ad alimentare tensioni politiche.

Dopo il caso sollevato dall’emendamento della Lega, approvato in Commissione e poi ritirato in Aula due giorni fa, a riaccendere lo scontro è stato il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara.

Intervenendo durante l’esame degli emendamenti, il ministro ha reagito con durezza alle critiche delle opposizioni, accusandole di aver distorto il contenuto del provvedimento. «Sono indignato – ha dichiarato – per le affermazioni secondo cui questa legge ostacolerebbe il contrasto ai femminicidi o alla violenza di genere.

Nulla di tutto ciò è presente nel testo. Vergognatevi». Un attacco che ha ulteriormente irrigidito il clima già teso tra maggioranza e opposizioni.

Sul tema, che oltre a essere politicamente divisivo ha un’evidente ricaduta sociale e culturale, Lo Speciale si è rivolto alla Psicologa Psicoterapeuta e Sessuologa Clinica Daniela Botta, per ottenere una chiave di lettura scientifica. La Dottoressa Botta opera da oltre vent’anni nell’ambito della psicologia, affiancando all’attività clinica un intenso lavoro scientifico e divulgativo.

Nel corso della sua carriera si è costantemente impegnata a promuovere una concezione della sessualità umana fondata sul rispetto, sull’inclusività e sulla consapevolezza.

Ritiene che la scuola sia il luogo più adatto per affrontare questi temi?

«È un luogo in cui è necessario affrontarli. Naturalmente la scuola, da sola, non può bastare: l’intera società dovrebbe occuparsi di questi temi a 360 gradi. Tuttavia, la scuola è lo spazio in cui i ragazzi si formano, trascorrono gran parte del loro tempo e vivono un’interazione costante con gli adulti. È impensabile occuparsi seriamente di sessualità e affettività senza introdurre un’educazione specifica. Mi ritrovo pienamente nelle parole pronunciate da Marta Giuliani, del nostro Ordine, durante l’incontro al Senato di quattro giorni fa – incontro al quale il Ministro non era presente – quando ha ricordato che la società italiana tende a intervenire solo quando i fenomeni diventano ‘sintomi’. L’educazione sessuale e affettiva, invece, significa fare prevenzione».

Secondo lei, qual è l’età più appropriata per iniziare a parlarne con i bambini?

E a chi sostiene che “una volta nessuno ci informava eppure non c’era tutta questa mancanza di empatia o violenza”, come risponderebbe?

«Non è vero che ‘una volta’ non ci fosse violenza: sappiamo bene che molte dinamiche problematiche affondano le radici nel passato. Fino a pochi decenni fa, ad esempio, i delitti per gelosia avevano un trattamento giuridico differente: questo dice molto.

L’educazione sessuale e affettiva dovrebbe iniziare fin dai primi momenti in cui i bambini iniziano a interagire tra loro.

Non si tratta di spiegare l’anatomia o di ‘fare lezioni di sesso’, come spesso si immagina, ma di accompagnare bambini, ragazzi e ragazze nel normale percorso di conoscenza del proprio corpo e di quello degli altri. Significa insegnare che il corpo è nostro e che nessuno può toccarlo senza consenso.

Vuol dire fornire strumenti per comprendere le proprie emozioni, distinguere tra amore e possesso, e costruire fin da subito un linguaggio emotivo chiaro. La psicologia deve essere presente sin dall’inizio, adattata alle diverse fasi evolutive. Anche semplicemente insegnare a un bambino a chiedere all’altro se gradisce un abbraccio è già educazione sessuale e affettiva».

Se il disegno di legge attualmente in discussione non subirà ulteriori modifiche, alle scuole medie e superiori sarà necessario il consenso esplicito dei genitori per tutte le iniziative legate alla sfera della sessualità. Qual è la sua opinione in merito?

«Non sono d’accordo. Una misura del genere rischierebbe di ampliare il divario educativo tra ragazzi che provengono da contesti familiari e culturali differenti. Infanzia e adolescenza sono le fasi in cui si costruiscono le basi di un rapporto sano con il proprio corpo, con le emozioni e con l’altro; impedire alla scuola di affrontare questi aspetti significa lasciare spazio a informazioni distorte che arrivano da internet o dai coetanei.

Il fatto che una famiglia neghi al figlio l’educazione sessuale non impedirà al ragazzo di cercare altrove risposte, spesso in modo inappropriato. Garantire un percorso basato su evidenze scientifiche e allineato alle linee guida internazionali significa assicurare a tutti una base educativa solida sul piano sessuale e affettivo.

L’educazione sesso-affettiva non impone valori culturali o religiosi diversi da quelli della famiglia: educa al rispetto, alla consapevolezza e alla capacità di compiere scelte responsabili nel rispetto di sé e degli altri».

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