Dalla diplomazia alle arti, la cultura è sempre più la chiave con cui l’Italia dialoga con il mondo. Ne è convinto Marco Maria Cerbo, oggi a capo dell’Unità per il Coordinamento degli Istituti Italiani di Cultura presso il Ministero degli Affari Esteri, dopo una carriera costruita tra Addis Abeba, Parigi, Hong Kong e Melbourne. Con lui abbiamo parlato di soft power, creatività italiana e del ruolo che la diplomazia culturale può avere in un tempo in cui le relazioni internazionali si giocano sempre più anche sul terreno dell’immaginario.
C’è un momento in cui ha percepito davvero il potere della diplomazia culturale?
«La prima volta in cui mi sono occupato di un progetto che aveva una importante valenza culturale è stato ad Addis Abeba. Era l’anno 2005 e l’Italia aveva deciso di restituire l’obelisco di Axum, sottratto durante l’occupazione coloniale. Questa decisione che derivava dai trattati di pace successivi alla seconda guerra mondiale ebbe una risonanza enorme e la complessa operazione di restituzione, che aveva al centro un manufatto archeologico di vitale importanza per l’Etiopia, fu strumentale a un rilancio e a un consolidamento delle relazioni bilaterali che non aveva precedenti».
Dopo tanti anni di esperienza all’estero, cosa significa oggi rappresentare l’Italia nel mondo?
«Rappresentare il nostro paese all’estero è sempre motivo di grande orgoglio. Siamo una nazione capace di intessere un dialogo equilibrato con tantissime controparti e nel continuo percorso di consolidamento delle relazioni con gli altri paesi lo strumento della diplomazia culturale ha assunto un ruolo sempre più centrale. Si tratta di un settore che si è ampiamente evoluto: si è passati da una diplomazia fatta essenzialmente attraverso oggetti da spedire per essere ammirati nel mondo a un’attività molto più articolata e complessa. Oggi fare diplomazia culturale significa raccontare il paese a tutto tondo, spaziando dall’arte allo sport ed elaborando strategie complesse per far conoscere la complessa realtà della creatività italiana contemporanea».
Si parla spesso di soft power: che impatto reale può avere la cultura sulle relazioni internazionali?
«Il Soft Power e la capacità che ha uno Stato di influenzare i suoi pari senza ricorrere all’uso di mezzi coercitivi o addirittura della forza militare. La capacità di far leva su attività culturali di alto livello e sicuramente un elemento della costruzione del Soft Power nazionale; questo è tanto più vero quando si parla di un paese che può a pieno titolo definirsi una superpotenza culturale».
Gli Istituti Italiani di Cultura sono ambasciatori della nostra identità. Come si coniugano tradizione e apertura alle culture locali?
«Gli istituti sono quasi 90 e sono sparsi ai quattro angoli del globo, da Santiago a Sydney e da Oslo a Pretoria. L’impatto della loro azione si misura anche dalla capacità di relazionarsi con il contesto in cui operano e sono sempre più frequenti i progetti realizzati in collaborazione con artisti o enti culturali di altri Paesi. Faccio un esempio: l’iniziativa premiata con il Mercurio Alato 2025 (il riconoscimento che va al miglior evento realizzato da un Istituto nel corso dell’anno) è stato un concerto di musica sacra a Fez,in Marocco, accompagnato da uno spettacolo di videomapping e realizzato insieme da un’orchestra italiana e da una marocchina».
Nell’epoca del digitale, qual è ancora il valore di avere una sede fisica, un luogo di incontro reale?
«Digitale e reale non sono due dimensioni in opposizione ma due dimensioni che si possono completare a vicenda. La fruizione di una esperienza virtuale può essere arricchita da alcuni elementi materiali così come la partecipazione a un evento culturale può avvantaggiarsi con gli strumenti della realtà aumentata. Lo abbiamo fatto ad esempio in Cina, dove la mostra organizzata per celebrare l’anniversario di Marco Polo nel 2024 includeva anche la possibilità di un’esperienza di realtà virtuale».
Quanto contano le collaborazioni con università, istituzioni e imprese italiane all’estero per il successo degli Istituti?
«La capacità di “fare sistema” è essenziale per il successo di una buona strategia di diplomazia culturale. Quando l’obiettivo è quello di far conoscere la creatività italiana contemporanea, appare evidente che coinvolgere tutti gli attori che hanno una proiezione nel paese di riferimento non potrà che migliorare l’impatto dell’azione di promozione culturale intesa in senso stretto».
Design, arte, cinema, musica, cucina: quale settore creativo racconta meglio l’Italia contemporanea?
«Personalmente, ho una predilezione per l’arte figurativa contemporanea italiana, ma i confini tra un genere culturale e l’altro si sono fatti sempre più sottili. Del resto, già nel secolo scorso la cosiddetta cucina futurista era un elemento caratterizzante l’estro creativo di un movimento che ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte mondiale. Oggi la creatività si esprime sempre più nelle forme della contaminazione e credo che il racconto del nostro paese sia efficace soprattutto quando riesce ad essere fatto sovrapponendo e mescolando più settori creativi».
Il cinema italiano ha sempre avuto un ruolo centrale nella promozione della nostra cultura all’estero. Come vengono valorizzati oggi i film italiani attraverso la rete degli Istituti di Cultura?
«Il cinema italiano continua a rappresentare uno dei veicoli più efficaci per la promozione della cultura e della lingua italiana nel mondo. La nostra rete valorizza oggi il nostro patrimonio cinematografico attraverso una serie di iniziative strutturate e complementari. In primo luogo, la rassegna “Fare Cinema”, giunta nel 2025 alla sua ottava edizione, rappresenta l’appuntamento tematico annuale dedicato alla celebrazione del cinema italiano e delle sue professionalità. L’iniziativa, realizzata in collaborazione con MiC, ANICA, ICE, Istituto Luce – Cinecittà, Italian Film Commissions e Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello, offre agli Istituti un ampio ventaglio di contenuti (film, documentari, cortometraggi) e la possibilità di organizzare eventi, proiezioni e incontri con autori e operatori del settore». Un ulteriore strumento di valorizzazione è rappresentato da “Italian Screens”, progetto nato nel 2022 dalla collaborazione tra MAECI, Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del MiC, Cinecittà e l’Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello. L’iniziativa propone un catalogo di opere recenti di alto valore artistico e commerciale. “Italian Screens” ha toccato finora oltre trenta città nei cinque continenti e continuerà con una programmazione arricchita da incontri di promozione legati al Made in Italy. A completare il quadro, una collaborazione con Rai Com ha consentito di ampliare la diffusione dei prodotti audiovisivi italiani anche attraverso le emittenti televisive estere».
Se dovesse scegliere un film per raccontare l’Italia contemporanea agli stranieri, quale sarebbe e perché?
«La scelta è stata fatta dal pubblico internazionale che ha frequentato le manifestazioni a favore del cinema italiano negli istituti l’anno scorso. Il film che ha riscosso più successo è stato “Enrico Piaggio. Un sogno italiano”. Si tratta di un documentario del 2019 che racconta un esempio vincente di creatività italiana attraverso i toni della fiction. Ammetto che non mi aspettavo che proprio quella pellicola fosse quella più apprezzata, anche più di altre più note e premiate: tuttavia comprendo che all’estero svelare le persone e il contesto in cui sono nati dei prodotti assurti a simbolo dello stile di vita italiano è qualcosa di molto interessante».
Quali nuovi progetti o iniziative sono in cantiere per i prossimi anni?
Proprio nell’ottica di costruire un racconto che copra tanti settori della cultura e della genialità nazionale abbiamo lanciato un progetto espositivo denominato “Archivio della creatività italiana”, che verrà proposto a partire dall’inizio dell’anno prossimo in alcuni istituti selezionati. È una grande “Wunderkammer” nella quale sono raccolti degli oggetti che raccontano quello che è stato prodotto dall’Italia nei secoli in maniera solo apparentemente disordinata ma con un principio ispiratore che emerge osservandoli con attenzione – ossia la celebrazione della capacità eclettica nei nostri connazionali. I visitatori stranieri si troveranno davanti una raccolta di opere d’arte oggetti di design e anche pezzi di uso comune che tutti insieme offrono un’immagine combinata del nostro paese dimostrando come la creatività italiana non sia né solo l’espressione della nostra plurisecolare tradizione né un evento estemporaneo. C’è infatti un filo conduttore che lega le nostre radici alle grandi innovazioni del presente».
Vittorio Zenardi



