Privacy, si dimette il segretario: l’authority alle vongole nell’Italia degli spioni

venerdì, 21 Novembre 2025
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È di nuovo bufera sull’authority della Privacy: si è dimesso il segretario generale Angelo Fanizza. A prima vista si direbbe il classico caso del capro espiatorio immolato per salvare i responsabili della struttura. In realtà la vicenda è più complessa e a tratti grottesca, esempio classico di un’Italia alle vongole che vuole replicare i modelli anglosassoni senza averne né la vocazione né la cultura.

Cerchiamo innanzi tutto di ricostruire che cosa è successo. Cominciamo dalla fine. Ieri sera arriva un comunicato del Garante in cui si annunciano le dimissioni del Fanizza. A dimettersi dovrebbero essere in realtà i quattro membri del collegio dell’authority, i quali sono accusati dai dipendenti della struttura (200 persone) di aver promosso un’indagine interna per scoprire una “talpa” che rivelerebbe alla stampa fatti imbarazzanti. Nella fattispecie si tratterebbe della manina che ha filmato l’incontro del componente dell’authority Agostino Giglia con Arianna Meloni in via della Scrofa, sede della direzione di Fratelli d’Italia, il giorno prima della multa di 150.000 euro comminata dal Garante a Sigfrido Ranucci per la messa in onda dell’audio tra l’ex ministro Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini. Si parla anche di una richiesta al dirigente del dipartimento informatico dell’Autorità di estrazione delle mail dei dipendenti.

E qui viene già da ridere a crepapelle perché è proprio il Garante della privacy a violare la… privacy di chi lavora nella propria struttura. Ma questa non è che una delle esilaranti stranezze di questa vicenda. L’altra stranezza ce l’hanno fornita giorni fa gli esponenti dell’opposizione che hanno chiesto al governo l’azzeramento del collegio con l’accusa che questo non è indipendente dalla politica. E anche qui c’è da sganasciarsi perché gli attuali componenti del collegio sono stati nominati dagli stessi partiti che oggi ne chiedono le dimissioni. Tale designazione è avvenuta infatti nel 2020 in pieno governo giallo-rosso. Ricordiamo che il collegio rimane in carica sette anni.

In tutto questo bizzarro bailamme, i più coinvolti sono quelli del M5S che vantano ben due membri nel collegio, Pasquale Stanzione (presidente) e Guido Scorza. All’epoca il premier era Giuseppe Conte… guardacaso. E l’unico che dovrebbe tacere è proprio lui. Si dà infatti il caso che Stanzione permise nel 2021 al capo pentastellato di vincere il braccio di ferro ingaggiato in quel periodo con Beppe Grillo e, soprattutto, con Davide Casaleggio, responsabile della piattaforma Rousseau che deteneva i dati degli iscritti al Movimento. Stanzione impose infatti a Casaleggio di consegnare a Conte questi dati, fatto che permise a Giuseppe di modificare lo statuto ed essere nuovamente eletto leader. Mai violazione della privacy fu più clamorosa. Eppure gli autori del fattaccio sono ancora al loro posto.

Riepiloghiamo. Il collegio dell’Autorità della privacy autorizza un’indagine interna che viola proprio la privacy dei suoi dipendenti. I diretti interessati negano ogni responsabilità e scaricano le colpe sul segretario generale della struttura, il quale è costretto a dimettersi. Le opposizioni chiedono l’azzeramento dell’organismo direttivo dell’authority come se i suoi membri fossero sbarcati dal pianeta Marte e non fossero invece state loro stesse a nominarli quando le suddette opposizioni erano maggioranza. Ad accusare con veemenza il collegio di scarsa indipendenza è proprio lo stesso leader che a suo tempo trasse un notevole vantaggio politico dalla partigianeria di un autorevole membro dello stesso organismo.

Abbiamo riso abbastanza. Ora c’è da trarre le conclusioni finali. Primo: l’esistenza, in Italia, di un’autorità indipendente è una solenne ipocrisia perché alla fine gli “indipendenti” sono sempre espressione dei politici. Secondo: un organismo che tuteli la privacy non ha molto senso in un Paese dove dilagano gli spioni. Basti pensare che le confidenze di un collaboratore del presidente della Repubblica durante una cena tra amici romanisti vengono registrate, tra un bicchiere e l’altro, da un commensale. E si arriva anche a provocare una mezza crisi istituzionale.

Voi direte: che c’entra il caso Garofani con il caso Ranucci-Garante-Sangiuliano? In realtà, da noi tutto c’entra con tutto: siamo in Italia, paisà.

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