«Dobbiamo essere pronti a perdere i nostri figli»: da giorni la Francia discute su questa frase choc del generale Fabien Mandon, capo di Stato maggiore dell’esercito. Sono parole oggi inusuali, che infrangono due tabù insieme: quello del pacifismo e quello del mammismo, un sentimento, quest’ultimo, diffuso non solo in Italia.
Molti, soprattutto a sinistra (tra tutti il solito Mélenchon), hanno accusato l’alto ufficiale di bellicismo, quasi avesse voluto esprimere una sorta di dichiarazione di guerra anticipata alla Russia, o quantomeno di aver fatto inutile allarmismo. A inquietare di più è il sospetto che dietro le parole di Mandon ci sia l’intenzione di abituare i francesi all’idea di un possibile, non lontana, guerra con Vladimir Putin e la sua Armata. Secondo alcune stime che circolano negli ambienti Nato (citate dallo stesso generale), la Russia si starebbe preparando a un conflitto con l’Europa in una prospettiva quinquennale. La guerra, semmai dovesse arrivare, dovrebbe scoppiare intorno al 2030. E allora tutte le anime belle vocate alla pace si esercitano da giorni nella pratica dell’esorcismo antibellico.
In realtà, se analizziamo bene le parole di Mandon, non è difficile scorgervi un’intenzione contraria a ogni bellicismo. La sua chiara finalità è quella di scongiurare la guerra, non di accelerarla. Il senso del messaggio lo si coglie se non si estrapola la frase choc ma la si considera nel contesto generale del discorso.
Ecco dunque, integralmente, il ragionamento del generale francese: «Quel che ci manca è la forza d’animo di essere disposti a soffrire per proteggere ciò che siamo». Di qui l’affondo: «Se il nostro Paese vacilla perché non è pronto ad accettare di perdere i propri figli, diciamo le cose come stanno, o di soffrire economicamente perché le priorità andranno alla produzione di difesa, se non siamo pronti a questo, allora siamo a rischio».
Ecco il concetto chiave: evitare di essere a rischio. Mandon dice in sostanza che la guerra non si scongiura esorcizzandola con le formule del pacifismo, ma preparandosi a combatterla per scoraggiare qualsiasi velleità aggressiva da parte di chiunque. È il concetto espresso nella classica massima latina del «se vis pacem para bellum» o anche nel meno sofisticato adagio popolare secondo il quale «chi pecora si fa lupo se lo mangia. Nell’uno o nell’altro caso si tratta di buon senso, un tipo di saggezza che è stata totalmente obliterata nei lunghi decenni della guerra fredda e che oggi riemerge nelle crescenti insicurezze del nuovo disordine globale.
Il problema è che il pacifismo come ideologia e i suoi riflessi pavloviani si sono impadroniti del senso comune degli europei e non è facile liberarsene. Al tempo della guerra in Iraq, il neocon americano Robert Kagan scrisse che l’America era nel segno di Marte (pronta alla guerra se necessario), mentre il Vecchio Continente era sotto quello di Venere (la pace ad ogni costo, “senza se e senza ma”, come si gridava nei cortei una ventina di anni fa). Al di là del tragico errore di George W. Bush di scatenare il conflitto con Saddam Hussein, il discorso del politologo americano coglieva quell’indebolimento dello spirito europeo causato da tanti decenni di “troppa” pace. È un po’ lo stesso discorso di Mandon quando dice che ci manca la «forza d’animo».
Quello che si può semmai rimproverare al generale di Emmanuel Macron è di fare un discorso forte allo scopo di convincere l’opinione pubblica transalpina della necessità di accettare il piano di riarmo lanciato da Ursula von der Leyen. Ma questa è furbizia politica, non bellicismo.
Negli anni Ottanta, al tempo dell’istallazione degli euromissili in Europa (per contrapporli agli SS-20 puntati contro di noi) nei cortei pacifisti si gridava «meglio rossi che morti», slogan volto a scongiurare l’arrivo degli ordigni americani in funzione antisovietica. Gli euromissili sono stati installati. Non siamo diventati comunisti. E, soprattutto, siamo tutti vivi e vegeti.



