Pandoro gate, stamattina la Procura di Milano ha formulato la richiesta di condanna per Chiara Ferragni per il reato di truffa aggravata. Tutto sommato, all’influencer dovrebbe andare bene perché rischia al massimo un anno e otto mesi. Con questo tipo di reati, il Pm avrebbe potuto chiedere anche cinque anni, ma si è fermato a 22 mesi.
L’accusa ha voluto essere clemente perché intenerita dagli occhioni languidi e contriti di Chiara? Niente affatto. I motivi sono diversi e non hanno nulla a che fare con i buoni sentimenti. Prima di spiegarli, conviene ricordare che la Ferragni è alla sbarra perché la sua agenzia avrebbe sponsorizzato il pandoro Balocco e le uova pasquali Dolci Preziosi come beneficenza mentre invece ci sarebbe stato un lucro. Questa l’ipotesi della Procura.
Ebbene, i motivi della mitezza dell’accusa discendono innanzi tutto dal fatto che l’influencer ha già sborsato 3,4 milioni di euro tra accordi transattivi, risarcimenti e multe comminate dal Garante del mercato e della concorrenza. Solo l’associazione “La Casa dei consumatori” è rimasta come parte civile. In secondo luogo, la Ferragni è incensurata e questa circostanza ha sempre il suo peso in questo tipo di processi. Per ultima ma non da ultima, c’è la richiesta del rito abbreviato da parte della difesa, fatto che comporta la riduzione della pena di un terzo.
Gli avvocati di Chiara, Marcello Iannaccone e Marcello Bana, non si danno comunque per vinti e alla prossima udienza, il 5 dicembre, chiederanno l’assoluzione per la loro assistita.
Da parte sua, la Ferragni ha dichiarato in aula che «tutto quello che abbiamo fatto lo abbiamo fatto in buona fede». Ed è il minimo che poteva dire.
Al di là di come andrà finire la vicenda processuale, l’immagine dell’influencer ne risulterà comunque compromessa e sappiamo bene che, in questo tipo di attività, l’immagine è tutto.
Per consumatori e utenti dei social la lezione da trarre è una sola: mai fidarsi dei troppo buoni, anche quando ci sono polvere di zucchero e sorrisi accattivanti.



