Ohibò, siamo in guerra con la Russia e non lo sapevamo. Ma che significa? Al momento un putiferio di dichiarazioni da una parte all’altra dell’asse Est-Ovest. La sortita, ieri, dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del comitato militare della Nato, ha spinto il ministero degli Esteri russo ad accusare i vertici militari occidentali di «irresponsabilità».
Ma che ha detto l’alto ammiraglio atlantico di tanto sconvolgente? Ha detto che l’alleanza occidentale deve essere più «aggressiva» e ha confessato che la Nato sta valutando la possibilità di «cyber-attacchi» preventivi alla Russia. E ciò allo scopo di far togliere agli hacker di Putin il brutto vizio di attaccare i centri informatici nevralgici dell’Europa occidentale. In effetti, Cavo Dragone non c’è andato per il sottile, determinando un’imprevista accelerazione nella comunicazione delle gerarchie militari occidentali sul tema della guerra.
A una evocazione diretta ed esplicita di atti ostili da parte Nato verso Mosca non si era mai arrivati, ancorché nel campo della cosiddetta guerra “ibrida”. Ma, ibrida o meno, l’alto ammiraglio riconosce implicitamente che siamo in “guerra”. E si tratta certo di parole choc, a cui la nostra opinione pubblica non è ancora preparata. Tant’è che il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha provato subito a rasserenare gli animi: «È stata un’intervista dell’ammiraglio Cavo Dragone, dobbiamo tutelare i nostri interessi, proteggere la nostra sicurezza e prepararci anche a difenderci da una guerra ibrida, ma non farei una polemica su questo». In realtà una simile affermazione, lungi dal tranquillizzarci, ci inquieta ancora di più. È come dire: prepariamoci al peggio, ma non facciamone un dramma…
Forte è la sensazione che ci stiamo progressivamente avvicinando, passo dopo passo, dichiarazione dopo dichiarazione, alla modalità mentale dello stato di guerra, una condizione del tutto ignota ad almeno tre generazioni di europei. Il retropensiero inquietante di molti è che le “alte sfere” sanno che la situazione è grave ma che non ce lo vogliano ancora dire del tutto. E non è certo un caso se le affermazioni di Cavo Dragone seguano di pochi giorni le dichiarazioni, ancora più inquietanti, del capo di Stato Maggiore dell’esercito francese, Fabien Mandon, sulla necessità di abituarci alla possibilità di «perdere i nostri figli»: lo psicodramma transalpino non si è ancora placato.
Allora, signori generali, a che gioco state giocando? Siamo forse alla vigilia di un conflitto aperto tra la Nato e la Russia?
È probabile che oggi nessuno sappia rispondere a questa domanda. Però è certo che non ci troviamo più in una situazione di “pace” come qualche tempo fa. Siamo entrati in una situazione del tutto nuova. E non sappiamo come e quando ne usciremo.
Ma, se non siamo in una condizione di pace, in che tipo di guerra ci troviamo? Si parla tanto di guerra ibrida, per effetto delle continue provocazioni e dei continui tentativi di sabotaggio informatico da parte della Russia. Ora saremmo nella fase in cui anche la Nato comincia a partecipare a questo tipo di conflitto, con una possibile escalation dagli esiti imprevedibili.
In realtà, le parole di Cavo Dragone, sono qualcosa di più dell’annuncio che hacker occidentali sono pronti a sabotare i centri nevralgici del nemico. Segnano, più in profondità, l’ingresso a un nuovo tipo di guerra, quella che potremmo definire la guerra cognitiva, cioè la guerra della “consapevolezza”. Per prepararsi alla guerra vuol dire innanzi tutto conquistare la coscienza di esserci dentro. Oggi, nell’età della comunicazione in tempo reale, il primo fronte di “combattimento” è quello mentale. Avere consapevolezza di essere in guerra impedisce di essere colti di sorpresa.
Qualcosa del genere l’Occidente l’ha sperimentato l’11 settembre del 2001, quando la nostra civiltà “scoprì” di essere in guerra con le masse radicalizzate dell’integralismo islamico. All’epoca, i fondamentalisti vinsero il primo atto di quella guerra cognitiva. E il mondo, da allora, non fu più lo stesso.



