La giornata più intensa — finora di questa edizione di Atreju — si è accesa quando sul palco è salito il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il panel dedicato alla riforma della giustizia, uno dei temi più attesi della stagione politica con il referendum del prossimo anno, è diventato rapidamente un confronto vivace, scandito da accuse, repliche e prese di posizione nette. Il pubblico ha seguito ogni passaggio con attenzione, tra applausi e mormorii, mentre il ministro rispondeva una a una alle contestazioni che nelle ultime settimane hanno diviso la magistratura e il mondo politico.
Riforma Giustizia, Nordio: “Mi ha disgustato chi ha evocato la P2”. E attacca “la miseria argomentativa” delle critiche
Nordio ha aperto la sua replica definendo “sorprendenti” alcune obiezioni sulle modalità di selezione previste dalla riforma:
“La selezione è già stata fatta. I magistrati da cui si pesca sono valutati almeno cinque o sei volte. O il CSM non sa fare il suo lavoro, oppure ha valutato persone perfettamente congrue”.
Poi lo strappo, netto, rivolto ad alcuni settori della magistratura: “Mi ha, in un certo senso, disgustato qualche polemica da parte di magistrati che sono arrivati a evocare la P2. Una miseria argomentativa che procede per slogan”.
Il ministro ha poi attaccato il “processo alle intenzioni”: “Mi si dice che questa riforma servirà un domani a porre il PM sotto l’esecutivo. Ma come faccio a dare la prova contraria a un evento futuro e incerto? La logica aristotelica e quella di Popper non funzionano così”.
Nordio ha anche chiarito un punto politico cruciale: “Nessuno ha mai detto che questa riforma accelererà i processi. Stiamo assumendo 1.600 magistrati, ma una giustizia prima di essere efficace deve essere giusta”.
E ha ribadito la ratio della separazione delle funzioni: “I pubblici accusatori non possono dare i voti ai giudici. Questa cosa non sta né in cielo né in terra: se lo dicessi ad un collega americano o inglese non capirebbero il senso di questa cosa”.
Le altre voci del panel: Serracchiani, Albano, Cassese e Di Pietro accendono il confronto
Deborah Serracchiani ha ribadito la sua storica contrarietà alla separazione delle carriere: “Sono sempre stata contraria alla separazione delle carriere. Il ministro Vassalli non ha mai voluto cambiare la Costituzione”. Ha poi avvertito:
“La riforma l’abbiamo già fatta nel 2020 con la Cartabia. Qui si parla di riforma per meno di 40 giudici l’anno”.
E ha concluso il suo pensiero speigabdo : “Il ministro Nordio è sincero: l’obiettivo che c’è dietro è colpire l’indipendenza e l’autonomia della magistratura”.
Silvia Albano, presidente di Magistratura Democratica, ha espresso forte preoccupazione: “Il Pubblico Ministero verrà potenziato enormemente da questa riforma. Oggi è governato dai giudici, domani si governerà da sé”.
E ha aggiunto: “Uscendo dalla giurisdizione, il PM si avvicinerà inevitabilmente alla polizia”. Sul sorteggio per il CSM è stata altrettanto netta: “Il sorteggio non risolve le degenerazioni etiche. Si risolvono con più democrazia, più trasparenza, più partecipazione, non con meno democrazia”.
E ancora: “Se avremo sorteggiati che non risponderanno davanti a nessuno, sarà molto più facile avere rapporti opachi”.
Albano ha difeso il pluralismo associativo: “Grazie ai gruppi la magistratura è cresciuta ed è diventata più consapevole del ruolo”.
Il costituzionalista e giudice emerico della suprema corte Sabino Cassese ha portato un ragionamento strutturale: “C’è un’accusa, c’è una difesa e c’è un giudice. Serve separazione tra i ruoli, non ci può essere legame tra chi accusa e chi giudica”.
Poi l’esempio tecnico: “Il PM fa un mestiere investigativo. Il giudice esercita una funzione arbitrale. Non si possono scegliere le persone con gli stessi criteri, come non si può chiedere a un anestesista di fare il chirurgo”.
L’ex magistrato e oggi avvocato Antonio Di Pietro ha spiazzato parte della platea:
“Sono qui e voterò sì perché mi interessa la norma e non chi la propone”. E ha ricordato la sua esperienza diretta: “Ho vissuto la simbiosi tra PM e giudice. È ora di smetterla di pensare che il pubblico ministero giudica”. Poi un passaggio personale: “Quando sono andato da indagato non ero sereno. Le parti devono confrontarsi davanti a un giudice terzo”.

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