Nel dibattito sull’odio social, sui deep fake e sulla tutela della reputazione online, il panel ospitato ad Atreju ha acceso i riflettori su storie personali diventate simbolo di un fenomeno sempre più diffuso e pericoloso. Al centro dell’incontro, intitolato “Non con la mia faccia. Deep fake, web reputation e odio social”, le testimonianze di personaggi pubblici colpiti direttamente dalla violenza digitale e la riflessione politica sulla necessità di nuove regole, ma anche di una profonda educazione all’uso del web.
Violenza in rete, Arianna Meloni: “Le leggi ci sono, ma serve educazione digitale”
Arianna Meloni, responsabile della segreteria politica e adesioni di Fratelli d’Italia, ha ringraziato gli ospiti per “il coraggio di raccontare la loro esperienza personale”. Meloni ha posto l’accento sull’importanza dell’esempio e del comportamento individuale anche nel confronto politico: “Io non ho mai insultato un personaggio politico che la pensa diversamente da me. Forse mi è capitato di rispondere a qualche insulto molto violento su mia sorella, la premier Giorgia Meloni. Ora ho smesso di fare anche quello. Mi difendo non guardando e non leggendo”.
Sul tema dell’odio social e dei deep fake, Meloni ha sottolineato come il quadro normativo esista già, ma non sia sufficiente: “Le leggi ci sono, bisogna fare di più anche con l’educazione digitale. Solo quando si conosce la macchina puoi riuscire a difenderti”. Un’attenzione particolare, ha spiegato, va riservata alle categorie più esposte: “Bisogna educare le fasce più deboli, i minori, gli anziani e le donne, che sono drammaticamente le più colpite. Serve spiegare che il cyberspazio non dimentica, noi dobbiamo parlare di questo ai giovani”.
Per la responsabile di FdI è necessario governare l’innovazione tecnologica con strumenti nuovi: “Noi dobbiamo governare questo strumento con formazione, consapevolezza, informazione e un approccio etico, che può provare a dare i confini di questo nuovo mondo. Noi siamo la culla della spiritualità e oggi dobbiamo difendere le persone”. Un impegno, ha assicurato, che Fratelli d’Italia intende portare avanti anche a livello europeo. In chiusura, il richiamo alle parole di Papa Francesco al G7 Italia: “Di fronte ai prodigi delle macchine che sembrano saper scegliere in maniera indipendente, dobbiamo avere ben chiaro che all’essere umano deve rimanere la decisione, altrimenti condanneremo l’umanità a un futuro senza speranza”.
Raoul Bova e Francesca Barra: le ferite dell’odio social e dei deep fake
Tra le testimonianze più forti, quella di Raoul Bova, che ha raccontato pubblicamente i mesi più difficili della sua vita, segnati dalla diffusione di audio privati sottratti, da un tentativo di ricatto e da chat diventate virali nel giro di poche ore. “Ho subìto un’uccisione pubblica”, ha detto l’attore, spiegando di aver ricevuto richieste di denaro alle quali ha deciso di non cedere: “Ho riascoltato le chat e i vocali e ho capito che non c’era motivo di accettare. Se cedo una volta, cosa succede dopo?”. Bova ha parlato anche dell’impatto umano e sociale della gogna mediatica: “Mi sono sentito sbeffeggiato, deriso, reso virale per la mia frase ‘occhi spaccanti’. Questa è stata l’Italia che mi ha massacrato. Viviamo in una società che sembra aver bisogno di vedere crollare qualcuno per sentirsi migliore. È una società malata”.
Dopo l’intervento, parlando con i cronisti, l’attore è tornato sul periodo vissuto, raccontando anche l’isolamento che spesso accompagna queste vicende: “Ho avuto moltissime persone che mi sono state vicine, dalla mia famiglia ai miei figli e a tanti amici. Altri invece no, hanno preso le distanze: diventi quasi un appestato”. Bova ha lanciato un monito sui rischi emotivi di una diffamazione di massa: “Ci sono persone che non reggono l’impatto emotivo e una diffamazione così grande. Alcuni ci hanno rimesso la vita, si sono suicidati. Non dovrebbe accadere a nessuno”.
Accanto a lui, Francesca Barra ha portato la sua esperienza di vittima di immagini manipolate con l’intelligenza artificiale e finite su siti pornografici. “Quello che mi è accaduto mi ha umiliata, ferita e spezzata”, ha raccontato la giornalista e scrittrice, spiegando di aver scelto di denunciare “per immaginare un futuro migliore per i miei figli”. Barra ha ricordato tutte le donne e le ragazze che subiscono abusi simili senza avere gli strumenti per difendersi e spesso frenate dalla paura di una vittimizzazione secondaria o terziaria: “Questo non è un gioco né una forma di morbosità. È un reato vero e proprio”.



