Polemica con Veneziani: qualcuno dica a Giuli che le critiche non sono lesa maestà

martedì, 23 Dicembre 2025
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Marcello Veneziani non c’è davvero andato tenero con la destra al governo, colpevole, a suo giudizio, di non aver «cambiato nulla nella nostra vita». Ma la risposta del ministro Alessandro Giuli è stata fin troppo risentita, parole al cianuro che lo scrittore non merita e che comunque non sono degne di un rappresentante del governo.

Le critiche di Veneziani nascono da un senso di delusione in vario modo comune a quella parte di opinione pubblica che si aspettava di più da questi tre anni e passa di governo della destra, un’occasione storica per cambiare il nostro Paese che non sarebbe stata finora colta a dovere.

Si può essere d’accordo o meno con questa posizione, ma rimane comunque un tema meritevole di discussione e approfondimento, non fosse altro perché l’atteggiamento della destra nel campo della politica culturale (quello che Veneziani conosce naturalmente meglio) è apparso in questi anni un po’ troppo autocelebrativo e decisamente poco incisivo. Pensiamo solo all’inutile, stucchevole e anacronistico dibattito dell’”egemonia” di cui non si sentiva davvero il bisogno.

Intervendendo su “La Verità”,  l’editorialista non le ha davvero mandate a dire al governo. «Non saprei indicare -scrive Veneziani- qualcosa di rilevante che segni una svolta o che dica, nel bene o nel male, al Paese: da qui è passata la destra -sovranista, nazionale, sociale, patriottica, popolare, conservatrice o che volete voi- e ha lasciato un segno inconfondibile del suo governo». L’accusa è sostanzialmente quella di inconcludenza: «Solo vaghi annunci, tanta fuffa, piccole affermazioni simboliche, del tipo “l’oro è del popolo italiano”, un po’ di retorica comiziale e qualche ipocrisia». Lo scrittore salva solo Giorgia Meloni: «C’è lei, solo lei, il resto è contorno e comparse».

Parole certo dure, ma che fanno comunque parte dello stile graffiante e provocatorio di Veneziani quando è in versione polemica. Quello che semmai andrebbe rilevato a difesa dell’operato dell’esecutivo è che i margini di intervento finanziario del governo Meloni sono decisamente risicati, come lo sono per qualsiasi esecutivo italiano che deve preparare una legge di bilancio con questi chiari di luna. La coperta è paurosamente corta. Su ogni provvedimento di spesa (non si fanno riforme incisive senza soldi) pende l’occhiuto giudizio dei mercati e delle agenzie di rating.

Ma va in ogni caso riconosciuto  al governo il merito di aver riportato lo spread ai livelli di vent’anni fa, un risultato non scontato (pensiamo solo alle leggi di bilancio furbette firmate Matteo Renzi o alle voragini aperte dai due esecutivi guidati da Giuseppe Conte) e un risultato che può consentire manovre finanziarie più espansive in futuro. Quello che piuttosto andrebbe rimproverato alla compagine guidata da Meloni è di essere troppo ligia all’ortodossia europea e di non aver ancora posto con la dovuta energia il problema dell’ingiustizia delle attuali regole che penalizzano oltre il dovuto i Paesi ad alto debito come il nostro. Ad esempio, l’occasione di attenuare un po’ la rigidezza del patto di stabilità poteva essere meglio sfruttata da Giancarlo Giorgetti quando, due anni fa, se ne discusse ai massimi livelli europei.

Ecco, è su questi temi e con questi toni che si sarebbe dovuto svolgere il dibattito dopo l’intervento di Veneziani. Invece la risposta di Giuli è stata a dir poco scomposta. Il ministro l’ha buttata sul personale, trasformando in lite da ballatoio una discussione che meritava ben altri esiti. «Egli -sibila il ministro all’indirizzo di Veneziani- , dopo aver confidato a suo tempo che aveva rifiutato l’onore di diventare il ministro della Cultura del governo Meloni, oggi sversa su di noi la bile nera di cui trabocca evidentemente il suo animo ricolmo di cieco rimpianto. Si rassereni: nello sciagurato giorno in cui il nemichettismo dovesse espugnare Palazzo Chigi, il nostro ex consigliere Rai in quota An (per tacer d’altro) sarà senz’altro premiato honoris causa».

Giuli cucina il suo veleno in salsa barocca, ma la sua polemica è più adatta a un tavolo di osteria piuttosto che a una cadrega ministeriale. Il rappresentante del governo accusa in sostanza lo scrittore di voler essere al suo posto e di essere complice con il “nemico”, senza che peraltro Veneziani abbia rivolto personalmente a lui la sua critica.

Perché aggredire senza essere stato aggredito? È sconfortante vedere un ministro di destra della cultura cercare la rissa con un rappresentante della cultura di destra.

Evidentemente il profumo del potere gioca brutti scherzi. Speriamo solo che non succeda ad altri esponenti della destra di governo. Se così malauguratamente fosse, ci sarebbe non poco da essere allarmati.

 

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