Il 2026 si profila come un anno cinematografico particolarmente denso, tra grandi ritorni e sequel molto attesi, affiancati da un cinema d’autore che continua a interrogare il presente.
A catalizzare l’attenzione, almeno sul fronte italiano, è senza dubbio “La Grazia”, il nuovo film di Paolo Sorrentino, in uscita il 15 gennaio con PiperFilm, dopo un percorso di anteprime mattutine che ha già assunto i contorni di un piccolo rito laico per cinefili. Presentato in anteprima mondiale all’82ª Mostra del Cinema di Venezia, il film segna la settima collaborazione tra il regista napoletano e Toni Servillo, qui nei panni del Presidente della Repubblica durante il suo semestre bianco. Una figura di potere sospesa, chiamata a decidere su casi di grazia per assassini e sulla promulgazione della legge sull’eutanasia: temi enormi, quasi ingombranti, che Sorrentino attraversa con la sua consueta tensione tra solennità e surrealtà.
“La Grazia” non è solo un film politico, né soltanto un trattato morale mascherato da racconto istituzionale. È piuttosto un’opera che riflette sulla responsabilità individuale, sulla colpa e sul perdono, filtrando tutto attraverso uno sguardo intimo, quasi confessionale. Il rapporto padre-figlia, incarnato dal legame tra Servillo e Anna Ferzetti, diventa la vera linea emotiva del racconto: un contrappunto umano a un potere che appare sempre più astratto, lontano, fragile. Sorrentino, ancora una volta, sembra interessato meno alle risposte che alle crepe.
Accanto a lui, il cinema italiano prova a parlare anche un linguaggio più popolare e identitario. “Je sò pazzo”, con Massimiliano Caiazzo nei panni di Pino Daniele, si inserisce nel filone dei biopic musicali, ma porta con sé una responsabilità particolare: raccontare non solo un artista, ma un immaginario collettivo, una Napoli che è stata laboratorio culturale e ferita aperta. E poi c’è Nanni Moretti, che con “Succederà questa notte” torna a interrogare l’intimità e il caso, affidandosi a Louis Garrel e Jasmine Trinca: un titolo che suona come una promessa e una minaccia insieme, fedele a una poetica che non ha mai smesso di dividere.
Sul versante internazionale, il 2026 sembra invece abbracciare senza complessi la logica della serialità e della nostalgia. Tornano Steven Spielberg, che si rimette in dialogo con l’ignoto e gli UFO nell’attesissimo “Disclosure Day”, Christopher Nolan con “The Odyssey”, ambiziosa rilettura del mito fondativo occidentale e Alejandro González Iñárritu pronto a riaffermare il suo cinema fisico e tormentato. Ma sono soprattutto i franchise a dominare l’orizzonte: nuovi capitoli di Avengers, Spider-Man, Hunger Games, Dune, Scream e persino “Il diavolo veste Prada 2”, emblema di un cinema che vive di revival e di icone, più che di rischio.
Non mancano operazioni dichiaratamente letterarie e glamour, come “Cime tempestose” con Jacob Elordi e Margot Robbie, segno di un’industria che cerca costantemente di coniugare prestigio culturale e richiamo mediatico. Da Star Wars ai prequel annunciati, il cinema del 2026 sembra muoversi lungo una linea sottile: da un lato l’urgenza di raccontare il presente, dall’altro la tentazione di rifugiarsi in universi già noti, rassicuranti.
